Poetica degli ultimi gesti

Non sono né giovane né vecchia. Vivo quella particolare fase in cui una persona potrebbe aver fatto molte esperienze o non aver concluso ancora niente, in quel momento in cui ognuno di noi potrebbe essere essere già saggio o perdurare, incosciente, nel mare degli eterni ideali.

Non so dove mi trovo e non so dove sto andando, ma so bene che ci sono alcuni gesti e sguardi che mi rimarranno nella mente per sempre e al loro ricordo sarà la mia, di vista, ad annebbiarsi.

E’ la poetica degli ultimi gesti e la struggente poesia degli ultimi sguardi, quelli che ti rivolge una persona pochi giorni prima di lasciare la sua e la tua vita.

Non tutti lo sanno e forse pochi se ne accorgono di quanto dolore e di quanta incredibile speranza ci sia in quegli ultimi sguardi e in quella particolare e quasi immobile gestualità.

In un’ultima carezza ho trovato un incoraggiamento e un monito a fare della mia vita futura qualcosa di cui poter andar fiera.

In un ultimo saluto cosciente ho trovato tanta triste dolcezza, la mesta tenerezza di una persona che la vita ha piegato fino a ridurre il corpo in cenere.

La poetica degli ultimi gesti è una mano che si alza, un saluto sussurrato, un respiro in ritardo sui binari.

Miss Nobody

Alla fine mi hai trovata“. Queste le prime parole che mi ha rivolto quando è entrata nella stanza e si è seduta di fronte a me. Questo è quello che ci siamo dette.

Chi sei?
Sono Miss Nobody: una pagina strappata per sbaglio, il pezzo mancante che fa funzionare un ingranaggio arrugginito,una bicicletta abbandonata e un giocattolo un tempo molto amato, poi dimenticato in soffitta.

Dove vivi, Miss Nobody?
Vivo dietro le palpebre chiuse dei sognatori e nelle mani di chi ha toccato il desiderio per poi lasciarlo andare, vivo nel respiro che diventa affanno.

Quindi non sei umana, Miss Nobody?
Sono umana quanto te, ma non amo mostrare le mie sembianze. Sono poche le persone che mi cercano, sono ancor meno le persone che riescono a vedermi in quella folla caotica chiamata umanità.

Perché le persone non riescono a vederti, Miss Nobody?
Svegliarsi da un lungo sonno genera dolore, e il torpore è un potente anestetizzante. Quindi è più corretto dire che non volete vedermi, non che non ci riuscite. Vi nascondete dietro desideri di seconda mano, più semplici, più raggiungibili, più facilmente gestibili. Ti vedo perplessa, cerco di spiegarmi meglio: è la paura a generare la maggior parte del vostro statico agire. La paura genera rifiuto, ma anche accettazione. Sono due facce della stessa medaglia, dipende dall’angolazione da cui si osserva il vissuto. Vi nutrite di simulacri per non soffrire, e allo stesso tempo piangete la vostra insoddisfazione solo per non minare lo status quo del vostro minuscolo universo di stasi quotidiana. In voi non c’è azione, solo attesa.

Perché ti chiami così, Miss Nobody?
Perché sono scoperta e intuizione e per questo sono donna. Sono pensiero recondito e non svelato, e per questo sono Nessuno.

E cosa ti succede quando la scoperta viene svelata e il pensiero diventa manifesto?
Quello che sta succedendo a te in questo momento, ora che riesci a vedermi e a parlarmi guardando la tua immagine riflessa nello specchio. E’ iniziata la tua rivoluzione.

I traded two steps forward for three steps back

Non riesco ad addormentarmi se non stringendo un fazzoletto in mano, rigorosamente pulito. Non riesco ad addormentarmi se non sul fianco destro, cingendo col braccio sinistro il mio orso Orso. Bianco e senza un occhio, probabilmente perso in una delle mie battaglie notturne.

Spesso prima di addormentarmi sul mio fianco destro ripenso ad una schiena che ha accompagnato per breve tempo il mio corpo nel viaggio fino al mattino. Riesco a disegnarne i contorni, percependone il respiro.

Sento la sua mano prendere la mia, sento la mia pancia contro la sua schiena, la mia guancia contro la sua spalla.
Sento la sua mano prendere la mia, sento la mia pancia contro la sua schiena, la mia guancia contro la sua spalla.
Sento la sua mano prendere la mia, sento la mia pancia contro la sua schiena, la mia guancia contro la sua spalla.

State of grace

E’ il non detto che appanna i vetri. E’ la condensa del mio corpo che vive, sono i sei gradi di separazione che non fanno esistere niente al di fuori del qui e dell’ora.

In piumone veritas

Il primo gennaio non esiste. Arriva nel clamore e se ne va in silenzio.
Il primo gennaio è notoriamente grigio, né bianco né nero, e spesso il cielo ne riflette il colore.
Il primo gennaio, da che ne ho memoria, io lo passo sotto il piumone, il mio microcosmo di lacrime e risa, di sogni ad occhi aperti: un bocciolo di protezione dall’altrui pensiero ma di propagazione indistinta delle mie inquietudini.

Il primo gennaio è l’esatto contrario del giorno che lo precede, un passaggio dall’entropia alla muta quiete: metto in ordine pensieri, impilo desideri uno sull’altro, incanalo rabbia e dubbi e mi abbandono al silenzio del mio piumone rosso.

Coperta dalla punta dei piedi alla punta del naso, apro gli occhi sulle possibilità che solo l’indefinito sa dare, scivolo sui binari dei “se” e galleggio sulle acque dei “forse”, sbircio dallo spioncino di tutte le porte che potrei aprire, senza sapere quale scegliere.

Il primo gennaio io osservo il mondo dal mio piumone, in silenzio.

Pantomima di un dicembre precario

Mese dei regali forzati.
Mese dei buoni propositi mai mantenuti.
Mese del “mangio tanto poi mi metto a dieta a gennaio“.
Mese in cui si tirano le somme (che, visto il momento storico, sono espresse in numeri negativi).
Dicembre. Amato, odiato, indifferente Dicembre.

Ma, oltre al countdown per la fine dell’anno, Dicembre è per molti un countdown alla fine del contratto. A progetto, s’intende.

Mi rinnoveranno il contratto? Sarà ancora a progetto? Dovrò ancora portare mia madre (aka garanzia-vivente) da Mediaworld per comprare un frigorifero a rate? Le domande affollano la mente del giovine italico che, invece di pensare a come spendere l’ipotetica e quantomai utopica e inesistente tredicesima, destina parte del proprio stipendio per una pensione privata integrativa, conscio che la vecchiaia la passerà sotto il ponte della Ghisolfa.

E poi arriva il giorno. L’aria che si respira è quella da prima serata del Grande Fratello, momento di nomination ed eliminazioni. Si sciama, uno alla volta, verso l’Ufficio per ascoltare la pagella di fine anno, tra vincitori e vinti, tra “puoi fare di più” e “mi spiace, sei stato eliminato”. Chiusa la porta, prendi e porti a casa.

Ma, del reality show, manca la folla festante che ti accoglie nel mondo reale. Polemica opinionista di me stessa, so solo che per comprarmi una macchina devo portare la mamma e il papà a firmare al posto mio.

Azzurro

In Florida il cielo mi sembrava smisurato, enorme: azzurro e con strane nuvole a metà tra impressionismo e scultura.

Un cielo bellissimo, un cielo che mi manca, un cielo che è diventato epifania: un cielo che ha disegnato sulla sua superficie aspirazioni sopite, emozioni addormentate e poesia.

È stato il cielo della Florida e il guardarlo scorrere dal finestrino della macchina a dirmelo. Chilometri di cielo azzurro che mi hanno sussurrato che in realtà non mi mancava niente, che avevo tutto quello che mi serviva e non potevo desiderare altro.

Guardate il cielo. Nei vostri piedi non è nascosta la bellezza e la verità.

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