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Pioggia, sindrome premestruale e saudade

PRESENTE
Tre. Due. Uno. Sono sufficienti tre secondi, un letto, un po’ di stanchezza e il suo respiro diventa quieto, regolare, rumoroso.
Rumoroso. Un modo carino per dire che russa non appena chiude gli occhi nei quali lei si era subito persa.
PASSATO
L’aveva incontrato per caso, amico di amici, in una di quelle particolari occasioni in cui, d’obbligo divertirsi, il rischio è quello di passare una serata a denti stretti, tipico sorriso impostato e impastato e palpabile voglia di sotterrarsi sotto una coltre di piumoni.
Ma, inversamente proporzionale all’esaurirsi del giorno, la musica incalzava risate, brindisi ed effluvi alcolici tipici del caso. Nel tepore casalingo, così come nel gelo del mondo esteriore, quelle che avrebbero dovuto essere lunghe ore passarano in pochi minuti e gettarono un seme che il procedere della notte avrebbe nascosto solo come il nero da fare.
L’inverno procede e fiorisce di ghiaccio. Occasione mondana ma scevra di aspettative rispetto alla precedente: ambienti spogli, muri umidi e brusio di sottofondo al quale si unisce un altilenante chiacchiericcio talvolta impacciato.
Fiorisce la primavera, sopraggiunge l’estate e con l’afa il corpo di lei suda anche desiderio. Di rinnovamento, di felicità, di spensieratezza e sogni ancora imballati in due entità divise ma affini.
PRESENTE
Tre. Due. Uno. Sono stati sufficienti tre secondi e il suo respiro è diventato quieto, regolare, rumoroso.
Chi l’avrebbe mai detto. La felicità è qualcosa che il restante genere umano trova fastidioso.

Incipit di prova

Nella mia vita quanti racconti/articoli/frasi/spiritosaggini di prova avrò scritto? una moltitudine indefinita.

Ecco l’ultimo: trattasi di un incipit. L’argomento non l’ho scelto io, sia chiaro! Accattatevillo.

Riunire in un solo luogo persone che nella vita quotidiana non sarebbero mai arrivate a scambiarsi un semplice cenno di saluto o condivisione. Era questo il potere di una di partita di calcio. Quella sera, vicino al padre operaio che aveva regalato al figlio di sei anni “la sua prima volta” allo stadio, sedeva l’uomo d’affari che, coi colleghi, aveva deciso di concedersi una sera di libertà dopo una frenetica settimana di lavoro.

C’era chi, prima del fischio d’inizio, si scaldava con i cori, accompagnando gli Ultras nel loro appoggio incondizionato alla squadra. C’era chi nascondeva il viso nella sciarpa. I padri osservavano lo stupore dei figli, i ragazzi abbracciavano le fidanzate infreddolite. Perché quella sera, anche se il freddo era pungente, in pochi avrebbero rinunciato a quella partita della champions league.
60mila persone che respiravano ritmicamente, liberando nell’aria vapore acqueo dovuto allo sbalzo termico. Poi il fischio d’inizio, il primo calcio al pallone e tutti gli occhi si puntarono sul verde campo da gioco.Cinque minuti dal fischio d’inizio. Un uomo sulla quarantina, scartava il pacchetto pieno di sigarette, portandosene una alla bocca. – Tanto questa tanto è l’ultima – pensava tra sé e sé mentre l’accendeva. Sotto di lui, a qualche metro di distanza nel buio sotto i seggiolini, una luce rossa aveva cominciato a lampeggiare.

Dieci minuti dal fischio d’inizio. Un ragazzo rispondeva al telefono, tentando di capire le parole di protesta che la sua ragazza gli stava urlando dalla calma della sua camera. – Oh, questa me sta a stressà anche allo stadio – diceva all’amico seduto di fianco a lui. L’azione di gioco era diventata frenetica e il ragazzo decise di tagliare corto – ah Laurè! Facciamo che questa è l’ultima volta che ce sentimo? -
Il click del cellulare che si chiudeva fu sovrastato dal boato suscitato dal gol della Roma. Nessuno aveva fatto caso allo sbalzo di tensione elettrica dei fari di campo.

30 minuti dal fischio d’inizio. Il CT della Roma chiedeva una sostituzione. Perrotta al posto di Taddei. Raggiunta le panchine, l’allenatore metteva una mano sulla spalla dell’esausto giocatore sussurrandogli – vedrai che la prossima volta farai meglio -

Improvvisamente ci fu silenzio. Un fischio stridulo uscì dagli altoparlanti attirando l’attenzione degli spettatori. Pochi secondi e sul grande tabellone elettronico comparvero dei numeri. Un lento e inesorabile countdown.

Dieci
. 60mila persone con gli occhi puntati sul tabellone
Nove. Le persone cominciavano a guardarsi tra loro, occhi interrogativi.
Otto. I più piccoli iniziavano a fare domande ai genitori.
Sette. I primi e inutili fischi agli arbitri che, dal canto loro, scuotevano la testa senza capire cosa stesse succedendo.
Sei. I giocatori in campo smettevano di tenere in allenamento i muscoli. Immobili, anche loro, cominciavano a porsi domande.
Cinque.
Quattro.
Tre.
Due.
Uno.
Non ci fu molto tempo per capire quello che stava succedendo.
Un rumore assordante a cui seguirono nuvole di fumo e fiamme, provenienti da sotto gli spalti dello stadio.
Urla. Grida. Confusione. Le persone che avevano avuto la fortuna di non perdere conoscenza durante l’esplosione si erano accalcate alle uscite, schiacciandosi l’un l’altra. Chi si trovava più a ridosso del campo tentava di scavalcare il muro di plastica che li divideva dalla zona di gioco, la quale cominciava ad affollarsi di persone terrorizzate.

Il fumo si faceva sempre più denso e impenetrabile. Il bambino che per la prima volta vedeva lo stadio, ora non riusciva più neanche a trovare suo padre: immobile, da solo, in mezzo alla fiumana di gente che lo urtava da ogni lato, piangeva senza sapere da che parte andare.

Il ragazzo che fino a quel momento aveva rifiutato le insistenti chiamate della fidanzata,  steso a terra con un rivolo di sangue che gli colava dalla tempia, le mandava un ultimo sms pieno d’amore.

L’uomo che aveva deciso che quella sarebbe stata la sua ultima sigaretta, aveva mantenuto, suo malgrado, la parola data.

Poi, un boato. E per nessuno ci fu scampo: come se fosse stato di cartongesso, lo stadio si piegò su se stesso e quello che rimase fu solo un blocco di macere e polvere. E silenzio.

Tutti i giornali, il giorno dopo, commentarono la notizia, riportando le ipotesi più plausibili sulle cause della tragedia. Ma erano rimasti ben pochi dubbi ormai. Le luci rosse che nessuno aveva visto lampeggiare, lo sbalzo di tensione elettrica a cui nessuno aveva fatto caso, il beffardo countdown sul maxischermo.
Era stato studiato nei minimi dettagli. E tutti, tutte le 60mila persone, avevano perso la vita nell’attentato.

.FINE DELL’INCIPIT.

Ansia? Paura? Disgusto? Conati di vomito? Cambio mestiere che è meglio?
Via al televoto!

Il dramma interiore del giovane emo boy

Emo. No, non è solo una desinenza sanguigna. Emo è anche uno stile di vita.

Ma da quando anche i mass media hanno affrontato e indagato cosa si nasconde dietro questa etichetta, il fenomeno emo, dall’essere uno stile di vita underground è approdato agli schermi televisivi per diventare un tema di dominio pubblico. Basti citare, come esempio, il servizio de “Le invasioni Barbariche” o il reportage proposto da Repubblica TV; qui il fenomeno è stato mostrato soprattutto dal punto di vista esteriore, per indagare l’estetica che “si nasconde” dietro questo esercito di proseliti della cultura emo.
Ma nessuno si è preso la briga di scavare in profondità, andando a  scovare il dramma che si nasconde dietro questo esercito di ragazzi e ragazze dai capelli piastrati e cotonati. Un dramma che tocca, soprattutto, il fronte maschile.
Si è parlato molto dei tagli cutanei che questi giovani si procurano con lamette e oggetti affilati di ogni genere, gesti di disagio che avvengono nell’intimità delle loro camere, lontano dagli occhi indiscreti degli adulti e amici, persone che non possono capire cosa si cela dietro questo comportamento.
Perchè i giovani emo boy si procurano i famosi tagli sul corpo che spopolano su youtube?
Numerose ricerche hanno fatto si che si trovasse una risposta a questo insoluto quesito.
Si tratta di un dramma che, col tempo, costringerebbe il giovane emo da allontarsi dai suoi simili, facendolo diventare un’emarginato nella sua già profonda emarginazione sociale di base. Un dramma che lo farebbe sentire inadatto anche in mezzo alle persone come lui, della sua stessa specie.
Un dramma che ha un nome: calvizie precoce.
Giorno dopo giorno le porzioni di cuoio capelluto diventano sempre più estese, e neanche la lacca e gli espedienti da spazzola e pettine riescono a essere un efficace rimedio.
Ora, ragazzi e ragazze emo, guardatevi attorno. Chiedetevi quanti devi vostri amici più stretti vi stanno mentendo per paura di perdervi. Chiedetevi quanti dei vostri amici portano un parrucchino.

CASIMIRO IL VAMPIRO
(ovvero un progetto di cortometraggio di animazione scritto tempo fa)

Il viso pallido di Casimiro è illuminato esclusivamente dalla luce delle candele, unica fonte luminosa all’interno della stanza. Seduto sulla sua poltrona ricoperta di velluto nero, Casimiro preme le sue ossute mani in corrispondenza dello stomaco: la pressione delle dita, però, non arresta i rumorosi crampi della fame. Con poca convinzione si infila ai piedi le pantofole a forma di pipistrello e si alza dalla poltrona, per trascinarsi fino alla cucina.
Deciso, apre lo sportello del frigorifero ma lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi è quanto mai desolante: i ripiani sono semivuoti, solo qualche piccolo recipiente che un tempo doveva contenere del liquido rossastro. Casimiro chiude avvilito il frigorifero e, rapido, afferra una mantellina nera dall’appendiabiti per poi spegnere, una a una, le candele accese, facendo piombare la stanza nel buio assoluto.
Il corpo di Casimiro, testa compresa, è coperto dalla mantellina nera; dal cappuccio fuoriescono solo i suoi riccioluti capelli, che fanno rimanere in ombra i lineamenti incavati del viso. Casimiro cammina per strada, a testa bassa: le strade della città sono deserte e alle saracinesche abbassate dei negozi sono appesi cartelli che recitano “Chiuso per ferie”; le persiane alle finestre degli alti palazzi che si ergono ai lati dei marciapiedi sono chiuse, alcune, addirittura, serrate con dei catenacci. A Casimiro sembra di essere l’unico abitante della città: solo e, per di più, affamato.
D’improvviso le persiane delle finestre si tingono di blu intermittente: Casimiro abbassa lo sguardo per volgerlo alla fine del marciapiede: l’intera strada è tinta di quel colore dall’ignota provenienza. Casimiro aumenta il passo per arrivare rapidamente la fine della strada e, una volta raggiunto l’incrocio, la sua curiosità viene soddisfatta: dalle autoambulanze dai lampeggianti accesi scendono alcuni paramedici che presto cominciano ad affaccendarsi su due auto accartocciate l’una sull’altra. Curioso, Casimiro
guarda all’interno di una delle due autoambulanze, i cui sportelli erano stati lasciati aperti dai paramedici. L’attenzione di Casimiro è subito catturata da due sacche di sangue: alla vista di quel cibo sottovuoto pronto all’uso si passa meccanicamente la lingua sulle labbra pallide, che rivelando due appuntiti canini; un rigolo di bava cola dall’angolo della sua bocca. Il vampiro rimane imbambolato di fronte alla quella visione e alla conseguente idea di sazietà che essa evoca; è talmente imbambolato che ben presto l’ambulanza, chiusi gli sportelli, parte a sirene spiegate, sgommando sul caldo asfalto: il rumore delle sirene echeggia nel silenzio della città semideserta.
Casimiro nonostante i crampi della fame fa uno sforzo e, trasformatosi in pipistrello, si mette all’inseguimento della sua cena.

Giunto al piazzale dell’ospedale, luogo in cui l’ambulanza aveva fermato la sua corsa, Casimiro, in punta di piedi, si acquatta dietro un cespuglio: nascosto, aspetta che paramedici e feriti abbandonino l’abitacolo per avere, finalmente, via libera sulle sacche di sangue. A passi felpati, coprendo il suo corpo con la mantellina nera, raggiunge l’ambulanza. Circumnaviga la carrozzeria guardandosi sospettosamente attorno. Giunge davanti al portellone posteriore. Mette, lento e tremante, una mano sulla maniglia e il “Tac”
dell’ingranaggio che si muove lo fa sussultare. Con uno “sccchh” ordina alla maniglia di fare silenzio. Finalmente riesce ad entrare nell’abitacolo: frenetico cerca la sua cena ma, delle sacche di sangue, neanche l’ombra. Cerca dappertutto, apre tutti gli sportelli dai quali, però, escono solo metri e metri di garza sterile e batuffoli di cotone. Sconsolato, Casimiro, scende dall’ambulanza e il suo aspetto, ora, non è tanto quello di un vampiro, quanto quello di una mummia, visti i metri di garza con i quali si è sbadatamente attorcigliato. Liberatosi da quell’involucro di bianco tessuto sterile, il vampiro si siede avvilito sull’asfalto: era a pochi passi dalla sua cena e se l’era fatta sfuggire come un novellino. Ma, d’improvviso un’idea gli attraversa la mente: è un vampiro e, come tale, il suo olfatto è supersviluppato. Casimiro, come un segugio, comincia a fiutare l’aria per poi rannicchiarsi e seguire la pista a quattro zampe. A carponi odora l’asfalto, raggiunge le porte automatiche dell’ospedale e le oltrepassa mantenendo sempre il naso fisso sul pavimento, incurante di quello che la gente possa pensare di lui.
Il suo passaggio a quattro zampe per i corridoi dell’ospedale provoca molti sguardi incuriositi da parte delle infermiere e degli inservienti, i quali osservano disgustati la striscia di bava che Casimiro sta lasciando dietro di sé. Un uomo delle pulizie, alto e robusto, con lunghi capelli lisci e auricolari che sprigionano nelle sue orecchie canzoni heavy metal, spazzolone alla mano, segue la scia di bava, per rimuoverla dai pavimenti. D’improvviso il vampiro arresta il suo cammino: alza lo sguardo verso una porta
socchiusa, dalla quale esce una penetrante sensazione di fresco sotto forma di vapore: si tratta di una cella frigorifera. Casimiro si alza in piedi e, finalmente, spalanca la porta; subito viene investito da un’ondata di freddo, che ricopre i suoi riccioluti capelli neri con un sottile strato di brina bianca. Il vampiro fa un passo indietro e, aperta la sua borsa, ne estrae cappello, sciarpa e guanti che, meticoloso, indossa. A testa alta varca la soglia della cella e si avvicina a una sacca di sangue appoggiata su un ripiano di metallo. L’etichetta della sacca riporta la scritta “sangue zero negativo”.
Casimiro guarda famelico il sangue contenuto all’interno della plastica e apre la bocca mostrando gli appuntiti canini. Avvicina la sacca ai denti quando, d’improvviso, la porta alle sue spalle viene spalancata: Casimiro, colto in fragrante da un infermiere, si gira di scatto e, in senso di protezione, nasconde la sacca di sangue dietro la schiena, cominciando a intonare un motivetto stonato, come se nulla fosse.
L’infermiere si avvicina a Casimiro e cerca di scoprire cosa stia nascondendo dietro la schiena; dopo vari tentativi di nascondere la sacca, il vampiro, avvilito, si arrende all’evidenza di essere stato scoperto e mostra al paramedico la refurtiva. Il paramedico afferra la sacca di sangue, controlla l’etichetta e si rivolge al vampiro con espressione stupita: «oh, è proprio il tipo si sangue che stavo cercando. Grazie! In questi casi il tempo è vitale…»
Il paramedico si volta e, di corsa, abbandona la cella frigorifera, lasciando Casimiro da solo con la sua fame. Il vampiro si guarda attorno e sottovoce, parlando quasi con se stesso per autoconvincersi, dice: «Questo sangue non è certo qui per me… »; lascia sconsolato la cella frigorifera, richiudendone la porta alle sue spalle; si incammina a testa bassa per i corridoi dell’ospedale col fine di guadagnare l’uscita e tornare verso casa.
Oltrepassate le porte automatiche una leggera brezza estiva gli accarezza i capelli e automaticamente il vampiro volge gli occhi alla luna piena. D’improvviso Casimiro si sente afferrare da dietro: neanche il tempo di girarsi che un uomo gli prende la mani fra le sue per poi abbracciarlo con trasporto: il sangue che Casimiro aveva donato al paramedico era riuscito a salvare la vita di suo figlio. L’uomo si sente in debito con Casimiro: può chiedergli qualunque cosa lui desideri, e farà in modo di procurargliela.
Casimiro è pensieroso ma un improvviso brontolio allo stomaco, un’idea geniale gli frulla per la testa : automaticamente il vampiro apre la bocca, scoprendo i canini e si avvicina famelico al collo dell’uomo.
L’uomo, però, scosta dolcemente Casimiro da sé. “Non è certo questa la soluzione… Seguimi”. Casimiro abbassa la testa, sconfitto.

L’uomo conduce Casimiro a casa sua e dopo una ripida scala, giungono davanti a una porta chiusa che l’uomo, prontamente spalaca, invitando il vampiro a varcarne la soglia.
I due si ritrovano in una buia soffitta, illuminata solamente dai raggi lunari provenienti da un’ampia finestra. L’uomo mette le mani sulle spalle di Casimiro. “Casimiro, ho da presentarti qualcuno che ti insegnerà a procurarti del cibo senza nuocere agli esseri umani”. Casimiro guarda dubbioso l’uomo, per poi volgere il suo sguardo all’ambiente circostante, che però non rivela la presenza di anima viva.
L’uomo spinge dolcemente Casimiro verso un angolo della soffitta in cui, a testa in giù, riposa un pipistrello. “Questo è Martufello il pipistrello! lui saprà insegnarti”. Martufello il pipistrello apre gli occhi e, riconoscendo in Casimiro un suo lontano parente, gli sorride ed esclama “qui l’ala fratello!”. Casimiro, fa segno di resa con le braccia e, trasformatosi in pipistrello, batte l’ala con Martufello, per poi seguirlo fuori dalla finestra.
Martufello e Casimiro sono appostati su un albero, non lontano da un lampione acceso attorno al quale svolazzano numerosissime zanzare. “Guarda e impara dal maestro” dice Martufello svolazzando in direzione del lampione. Il pipistrello fa mostra di grande bravura nella caccia, bravura accompagnata anche da uno stile brillante: con piroette e doppi avvitamenti riesce a ingurgitare con grazia numerossissime zanzare. Il pipistrello, saziata la sua fame, ritorna da Casimiro e, aperta un ala, lo invita ad andare a banchettare. Casimiro svolazza verso il lampione, voltandosi più volte per guardare il suo nuovo amico. Il vampiro ingurgita dubbioso la prima zanzara, per poi prenderci gusto. Casimiro, rivela, inoltre una dote innata nella caccia agli insetti.
Terminata la sua caccia torna verso Martufello, ringraziandolo di cuore con un sonoro “burp”.

Lo scritto è mio, e i diritti sono miei nè!

LO SCRITTO DELLA PERDIZIONE
ovvero come perdere un concorso e riciclare un racconto sul blog

APOCRIFA MITOLOGIA DEL VINO

L’espressione sul viso di sua moglie non prometteva nulla di buono. E nemmeno la clava che picchiettava nervosamente su una mano.
Arcibaldo entrò cauto nell’antro della caverna e, quatto quatto, appoggiò un contenitore chiuso alla meglio con un po’ di pellame su una pietra levigata; subito, la donna si inginocchiò davanti al recipiente. Arcibaldo si scostò da un lato guardandosi nervosamente intorno, come a cercare una rapida via di fuga. Con uno gesto della mano la ciotola fu scoperchiata e il contenuto rivelato: la donna sgranò gli occhi, il viso furente. Si voltò verso Arcibaldo che, il corpo adiacente alla parete umida della caverna, la fissava tremante. La donna, con un gesto stizzito, strattonò il braccio del marito e gli mise l’infausto contenitore
sotto il naso.
- Arcibaldo! Uva! Hai portato ancora uva! – L’uomo abbassò lo sguardo, incapace di guardare la moglie negli occhi. – Vinea… – balbettò l’uomo – Ho trovato solo questo…-
- Sei un buono a nulla! Non so ancora perché mi sono accoppiata con te, se non sai neanche cacciare come tutti gli altri uomini del branco!-
Nel pronunciare queste parole Vinea mise la ciotola ricolma di uva nelle mani del marito e, con un braccio teso, lo invitò a uscire dalla caverna. L’uomo, afflitto, abbassò lo sguardo e si incamminò verso l’uscita; raggiunto il prato antistante si voltò a guardare la sua caverna: ebbe solo il tempo di vedere la grossa e rotonda pietra d’ingresso richiudersi alle sue spalle con un sordo tonfo.
Arcibaldo fece pochi passi e poi si sedette sul prato, la testa fra le mani. Nelle caverne vicine poteva scorgere le altre famiglie, le altre mogli che accoglievano festose i rispettivi mariti: chi trainava un grosso e grasso bisonte, chi una giovane e tenera gazzella. Lui aveva saputo trovare solo uva. E da molti giorni ormai, portava a casa solo quella.
Abbassando lo sguardo, scorse la ciotola: sul suo viso si aprì un’espressione furente. Raccolse una pietra e prese a batterla sui piccoli e teneri acini, che presto diventarono poltiglia. Dai suoi occhi presero a scendere molte lacrime e, per eliminare dalla vista il motivo di cotanto struggimento, Arcibaldo ricoprì il contenitore con un po’ di pellame. Poi, sfinito, cadde addormentato sotto un firmamento di luminose stelle.
Molte volte il sole sorse e tramontò, ma Arcibaldo non era ancora riuscito a riguadagnarsi la fiducia della moglie. – Ti aprirò quando saprai portarmi qualcosa che non sia uva! – Sbraitava Vinea dall’interno della caverna. Ma ogni giorno, al tramonto, Arcibaldo rimaneva a mani vuote.
Una notte, accasciato sul prato, Arcibaldo singhiozzava sommesso, quando un profumo fruttato raggiunse le sue narici. L’uomo si guardò intorno, tentando di intuirne la provenienza: era il recipiente di legno, quello che aveva abbandonato in un angolo, giorni prima. Arcibaldo lo raccolse e, curioso tolse la copertura di pellame; quello che vide fu un liquido rossastro nel quale galleggiavano le bucce dell’uva; stupefatto, si portò il contenitore al naso e un profumo inebriante lo colpì in pieno viso.
Subito assaggiò quell’inaspettata pozione: un tripudio di colori, un tuffo in un prato fiorito, un morso a un dolce frutto maturo. Arcibaldo schizzò in piedi e, con quel tesoro tra le mani, si diresse verso la sua caverna, con la ferma intenzione di farsi aprire. Vinea, curiosa di quell’incessante bussare, spostò la grossa pietra d’ingresso: davanti a lei, con le mani tese, Arcibaldo le stava porgendo il contenitore del prezioso liquido.
La donna prese il recipiente tra le mani e, dubbiosa, ne assaggiò il contenuto. Sul suo viso si aprì, fulmineo, un sorriso. – Ma che cos’è? – È vino – mormorò Arcibaldo – In tuo onore… -
La donna, finalmente, riaccolse nella caverna Arcibaldo che, da quel giorno, insegnò ai suoi simili quell’arte che la natura gli aveva fatto apprendere. In cambio, gli altri uomini del branco portavano omaggi alla caverna di Arcibaldo e, da quel giorno, Vinea ebbe finalmente qualcosa da cucinare.

VOLERE VOLARE

"I signori passeggeri del volo 1109, destinazione Parigi, sono pregati di recarsi all’imbarco numero 14."
La voce filodiffusa nelle stanze dell’aereoporto risuonava miacciosa ed echeggiava nella sua testa come una sentenza.
Avrebbe voluto che il tragitto che lo separava dall’imbarco fosse infinito: i suoi occhi si muovevano febbrilmente sugli arredi dell’aereoporto, scorrevano gli oggetti ordinati sugli scaffali nelle vetrine, alla ricerca di una scusa, una scusa qualsiasi, che fermasse il suo cammino.
Metal Detector.  Mentre l’addetto alla sicurezza faceva passare il suo bagnaglio sotto lo sguardo inquisitore del rilevatore di oggetti pericolosi, avrebbe voluto che una qualsiasi sostanza vietata fermasse il suo cammino. Un dentifricio, una bottiglia d’acqua, un fucile a canne mozze.
Passato il metal detector i suoi passi cominciarono a diventare sempre più lenti, il suo corpo esitava a mettere un piede davanti all’altro, le sue gambe compivano sforzi sovraumani, quasi gli avessero attaccato una zavorra alla caviglia. Sudava, per lo sforzo.
La luce al neon illuminava asetticamente i corpi delle persone che, come lui, si stavano recando all’imbarco numero 14. La luce li rendeva finti, quasi fossero degli automi.
Imbarco. Carta d’identità, biglietto.
Il sudore della sua mano aveva inumidito il biglietto, che appariva tremendamente sgualcito nelle mani perfettamente curate e smaltate di rosso della hostess, la quale , tuttavia, non sembrava notarlo; e non sembrava neanche notare la mano tremante che glielo porgeva, quel biglietto. Una mano fredda, madida di sudore.
Pullman. non aveva trovato nessun posto per sedersi e sostava, in piedi, vicino ad una delle porte d’uscita.
Dalla sua fronte scese una sottile goccia di sudore che cominciò a scorrere sul suo pallido viso. Sudore che fu presto eliminato con un fazzoletto spiegazzato, impugnato da una mano sempre più tremante.
Nessuno, intorno a lui, notava il continuo tamburellare delle sue dita sul vetro della porta d’uscita. Un tamburellare incessante, ripetitivo, paranoide.
Aereo. In posizione centrale, seduto verso il corridoio, lontano dal finestrino.
Il pallore del suo viso, rilucente di quel sudore che ormai il fazzoletto non riusciva più a contenere, evidenziava ancor di più le profonde occhiaie da nervosismo che circondavano i suoi occhi.
Decollo. Il suo corpo sembrava essere quasi risucchiato dal sedile sul quale era seduto, le mani tentavano di tenersi ai braccioli ma scivolavano irrimediabimente, bagnate com’erano da quel freddo sudore.
100 metri d’altezza. 500 metri d’altezza. 1000 metri d’altezza. 3000 metri d’altezza.
I suoi capelli erano ormai bagnati, il cuore rimbalzava impazzito nel suo petto, sul punto di scoppiare.
5000 metri. La sua mano cerca un bottone, posto al di sotto di una delle scarpe.
6000 metri. La sua vista è ormai annebbiata, la mano schiaccia meccanicamente quel bottone.
7000 metri. Una grossa esplosione illumina il cielo notturno intorno all’aereo, ormai in pezzi.

SCATOLE

L’atmosfera era calda. Le luci del pub, riflettendosi sul bancone lucido di legno, creavano quel particolare colore che si forma sotto le palpebre, quando si volgono gli occhi chiusi verso il sole.
Si era ritrovata seduta sullo sgabello davanti al bancone senza quasi conoscerne il motivo: sapeva solo che quella sera non sarebbe rimasta a casa per nulla al mondo.
Il solo guardare tutte quelle scatole ancora chiuse, accatastate contro le pareti, le aveva dato la nausea. Una nausea talmente improvvisa che era uscita velocemente di casa, quella sera. Era uscita senza avvisare nessuno. Non doveva quindi meravigliarsi del fatto che non riuscisse a scorgere nessun viso conosciuto all’interno del pub. Nessuno sapeva che lei era lì.
Si era seduta sullo sgabello davanti al bancone, aveva ordinato un miscuglio alcolico colorato e aveva cominciato a sorseggiarlo piano, con la cannuccia. Si nascondeva dietro quella cannuccia: con gli occhi bassi beveva lentamente, scrutando il fondo del bicchiere, mentre tendeva l’orecchio per immergersi totalmente nei discorsi altrui. Resoconti della quotidianità appena trascorsa, permeati dall’ego di chi li raccontava.
E lei cosa avrebbe avuto da raccontare di tanto emozionante? Che era da un mese che si era trasferita in quella casa e non aveva ancora combinato nulla? Tutte quelle scatole piene di oggetti che avrebbero dovuto rendere meno impersonale le sue nuove quattro pareti domestiche erano ancora chiuse, gli armadi erano vuoti, i vestiti ancora nei borsoni. Ad un’attenta osservazione, l’unico oggetto che avrebbe fatto intendere ad un incauto visitatore che si trovava in un luogo abitato, era il letto, sfatto, e un libro aperto sul comodino: niente, all’interno di quell’appartamento, riconduceva alla sua identità. Non aveva neanche tirato fuori i pennelli e i colori. Sembravano passati secoli dall’ultima volta che si era trovata di fronte ad una tela bianca per dipingere.
    Il contenuto del bicchiere che aveva davanti si era dimezzato e, in misura inversamente proporzionale, aumentavano le persone all’interno del pub, tanto che ora le voci, sovrapposte l’una all’altra, rendevano più difficile il compito di seguire un discorso senza perdersi in frammenti di altri resoconti. Le voci le rimbalzavano da una parte all’altra della sua scatola cranica, e non c’era neanche più posto per la musica ,che casse troppo poco potenti diffondevano all’interno del pub.
Non aveva ancora voglia di tornare verso casa, la solitudine chiassosa di quel posto non l’annoiava, e il trovarsi in un luogo pubblico senza essere costretta a dividere, a voce, i propri pensieri con qualcuno, la rilassava.
Solamente dopo aver finito il suo cocktail si rese conto che lo sgabello di fianco al suo non era più vuoto. C’era un ragazzo seduto di fianco a lei ora, ed era intento ad osservarla, incuriosito.
Le bastò sbattere gli occhi perplessa, arricciando le labbra a mo’ di interrogazione per fare in modo che il ragazzo si destasse dal suo sguardo fisso su di lei, per rivolgerle la parola
“Ma c’eri anche tu, l’altro giorno, alla festa di Chiara, vero?”
“Si”. Una risposta semplice ed essenziale, monosillabica, per spegnere qualsiasi tipo di intento comunicativo che si era acceso sullo sgabello di fianco al suo. In mente, lei, aveva solamente i discorsi altrui, i frammenti di parole che provenivano da altri tavoli.
“Posso offrirti qualcosa da bere?”
Lei annuì, con la testa. I minuti che la dividevano dal suo nuovo cocktail sembravano interminabili: le parole degli astanti che fino a quel momento aveva avidamente ascoltato sembravano aver prosciugato i suoi pensieri, tanto che non riusciva a emettere alcun suono di senso compiuto.
Ma lo sconosciuto sembrava possedere tutte quelle parole che a lei mancavano. La inondava di racconti, di aneddoti, facendola sorridere, nonostante il pensiero di tutte quelle scatole ancora chiuse che l’aspettavano da li ad un paio d’ore. E lei, col passare dei minuti, e col susseguirsi delle parole dello sconosciuto, aveva subito un processo di mutazione, lo stesso che aveva colpito il ghiaccio nel suo bicchiere: sentiva le braccia leggere, e i pensieri che fino a quel momento erano rimasti ben saldi nella sua scatola cranica, cominciavano a sciogliersi, in modo che anche lo sconosciuto potesse finalmente sentire la sua voce e le cose che lei aveva da dire.
Intanto, intorno a loro, il vociare si faceva sempre più debole, la musica sempre più bassa, e solo nel momento in cui si accesero le potenti luci del pub, capirono che erano gli ultimi clienti rimasti nel locale.
“Ti va di venire a casa mia?”
Non sapeva nemmeno come quelle parole le fossero uscite di bocca.
“Si”
Si incamminarono, stringendosi ciascuno nella propria giacca, nascondendo il viso nella sciarpa per il troppo freddo.
Infilata la chiave nella serratura e aperta la porta, gli occhi dello sconosciuto abbozzano uno sguardo smarrito, alla vista di tutte quelle scatole, di tutti quei pezzi di lei rinchiusi in contenitori di cartone.
“Mi sono trasferita da poco”.
Il corpo di lei non riusciva più a rispondere ai ritmi della veglia, complice, forse, il troppo alcool ingerito. Tolta la giacca si buttò subito sul letto, sulle lenzuola rosse. Il gesto fu presto imitato dallo sconosciuto.
La mattina, a svegliarla, fu quel senso di arsura, quella sete che colpisce dopo aver bevuto troppo la sera prima. Girandosi nel letto, attorcigliando il proprio corpo nelle lenzuola rosse, riuscì a scorgere il corpo del ragazzo, addormentato. Le dava le spalle. In mente, subito, le tornarono le risate, tutte le parole che si erano detti la sera precedente, al pub. I sorrisi e gli sguardi. La spensieratezza.
Si alzò piano, in modo da non turbare i suoi sogni. Si vestì velocemente, si mise i vestiti del giorno prima, così da non far rumore cercandone altri nelle valige ancora chiuse.
Cercò freneticamente un pezzo di carta ed una penna: “Grazie di tutto”. E appoggiò il biglietto sul suo cuscino, ancora caldo.
Uscì velocemente da quella casa, con la ferma convinzione di dirigersi alla più vicina agenzia immobiliare, per cercare un altro appartamento. Lontano il più possibile da lì.

 

Beh. Il mio racconto non ha trionfato come avrebbe dovuto.
Quindi lo rendo pubblico. Oh.

MIASMA

L’auto che procedeva velocemente per le strade di una metropoli silenziosa e vuota in maniera surreale non le dava la possibilità di imprimere sulla sua retina le immagini che si presentavano oltre il finestrino.
Tutto scorreva troppo rapidamente, creando un’immagine metropolitana strascicata, fatta di luci troppo deboli, che a stento lasciavano una scia nei suoi occhi.
Il riscaldamento dell’auto non funzionava e il calore emanato dai corpi all’interno creava una tensione termica che si traduceva in vetri appannati.
Lei era seduta sul sedile posteriore. Era stanca per la nottata appena trascorsa, e troppe sostanze albergavano nel suo corpo.
Ma non avrebbe mai potuto evitarle, non avrebbe mai potuto svolgere al meglio il suo lavoro con una mente perfettamente lucida. Le sue mani non avrebbero mai toccato quei corpi, non li avrebbero mai svestiti, denudati del proprio essere, se le parole della coscienza avessero potuto fluire liberamente nella sua mente.
E le era costato molto tempo imparare ad utilizzare quelle sostanze in modo che agissero solamente sui freni della disinibizione, così da far rimanere intatta la capacità di mantenere dei movimenti corporei adeguati e mai impacciati, in modo da non incappare in nessun errore grossolano.
Quella notte era particolarmente stanca.
Seduta sul sedile posteriore, mentre onde sonore provenienti dall’autoradio assemblavano note di un’improbabile canzone d’altri tempi, era intenta, anima e corpo, a disegnare sul vetro dell’auto: affermava la propria presenza vivente sfruttando il finestrino appannato.
Scriveva. Evocava il suo nome in forma scritta. Marta.
Ma il vetro appannato non era suo complice: il nome, una volta scritto, scompariva in mille gocce di condensa; scivolava sulla superficie del vetro, spariva davanti ai suoi occhi senza lasciare alcuna traccia di sé.
La musica continuava ad invadere l’abitacolo, e le parole della canzone trasmessa si confondevano con le poche parole emesse dalle altre persone che, come lei, sfruttavano la forza motrice dell’auto per giungere, ciascuno, alla propria meta.
Considerata persa la sua battaglia con la condensa sul finestrino, Marta si era accucciata nei propri vestiti, affondando il viso nella sciarpa di lana, cercando di far scomparire la propria persona, in modo da celare la vista del proprio corpo agli altri.
In loro rivedeva se stessa. Loro erano riflessi in lei. Non voleva leggere la propria vergogna in occhi altrui.
Il tragitto che la separava dalla sua meta sembrava infinito.
Il suo unico pensiero era disfarsi di quegli abiti, che sembravano quasi imprigionarla nella sua diversità.
Tuttavia, se mai si fosse trovata in una piazza piena di persone, nessuno avrebbe mai notato una reale diversità in lei; ma quel particolare, così invisibile ma così dannatamente presente sul suo corpo, la distingueva dagli altri, e allo stesso modo creava un collegamento palese con quegli individui che svolgevano la sua stessa attività.
Inizialmente non le era pesato mentirgli. Lo conosceva talmente poco che nulla avrebbe fatto presagire che lui sarebbe diventato la persona più importante della sua vita.
Ma una volta nato quel legame indissolubile, aveva cominciato a sentire il peso della menzogna iniziale,e successivamente quello della menzogna recidiva.
Sentiva il peso del nascondere, del celare quei poco nobili particolari riguardo la sua vita, quei particolari che se rivelati avrebbero sicuramente distrutto quell’indispensabile simbiosi che si era creata tra loro.
Di chilometro in chilometro il suo corpo si faceva sempre più pesante, le voci delle altre persone vicine a lei le sembravano sempre più lontane, la musica ormai si era ridotta ad un flusso indistinto di suoni non riconoscibili, le palpebre diventavano sempre più pesanti e lei si trovava a lottare contro quella pseudonarcolessia che l’aveva colta.
Voleva rimanere cosciente, voleva pensare al modo in cui avrebbe potuto dirgli tutto. Tutta la verità.
Cercava di formulare un discorso, di trovare le parole adatte. Quelle giuste parole che avrebbero provocato poche reazioni, poco sbigottimento.
Più si sforzava più quelle parole sembravano non esistere. Il lessico della sua lingua naturale sembrava composto solo da parole taglienti, crudeli: parole che, una volta emesse, avrebbero solo lasciato strascichi di dolore ed incomprensione.
Era stanca.
Il movimento dell’auto e il calore interno che si era formato la spinsero involontariamente nel mondo dell’incoscienza, nonostante la sua battaglia per vincere il sonno.

 
Un parco: il sole della mattina fa risplendere il prato, ricoperto di rugiada. I piedi nudi di Marta calpestano gli steli dell’erba, soffice e lucente; lei corre, col suo abito bianco.
Lui è li, vicino a quell’alto albero: sembra aspettarla, col viso illuminato da un sincero sorriso. Lei lo scorge con la coda dell’occhio.
Marta corre ancora, ma ora verso di lui. Vuole rivelargli tutto, come sia condannata dal suo passato, dalla sua attività.
E l’alba è così pura da far presagire una totale comprensione di lui, il quale rinnoverà per sempre il sentimento verso di lei.
Ma il cielo comincia a diventare scuro, la distanza che separa i due corpi sembra diventare infinita ed incolmabile.
Marta corre. Corre verso di lui, ma la corsa non fa avvicinare i loro corpi. Il suo corpo di lui si fa sempre più piccolo, inversamente proporzionale alla maggiore distanza che li separa.
E all’oscurarsi del cielo si accompagna la comparsa di persone, molte persone, quelle persone a cui lei ha rubato l’identità, per renderle ognuna uguale all’altra.
Marta lotta. Lotta contro la staticità di quei corpi, che sembrano incastrati nel terreno.
Corpi che diventano sempre più numerosi.
Durante la sua lotta può solo far in tempo a vedere voltarsi il corpo di lui, che senza alcun cenno o saluto, sparisce nel buio.

 
Uno scatto tremendo. Ecco cosa provocò questa visione: il corpo di Marta sussultò e venne violentemente riportato alla realtà dell’auto, che procedeva velocemente per le strade della metropoli.
Il suo riflesso incondizionato fu quello di toccarsi freneticamente gli abiti, quasi per scacciare l’incubo. I suoi vestiti erano fradici di sudore.
Nel sonno la manica del maglione si era alzata, rendendo visibile ai suoi occhi il braccialetto legato al suo polso, quel braccialetto che ormai da troppo tempo la stava condannando ad un’esistenza doppia.
Tutte le persone presenti su quell’auto possedevano quel braccialetto, ma i nuovi arrivati ancora non potevano o non volevano rendersi conto del dolore che questo avrebbe comportato.
Le faceva male la testa. Meccanicamente si frugò in tasca, alla ricerca delle sigarette; ne estrasse una dal pacchetto, e se la mise in bocca
“hey Marco. Passami l’accendino.”
Dal sedile di fronte al suo spuntò una mano che le porse l’accendino, neanche la cui fiamma sarebbe riuscita a riscaldarle il cuore.
Si accese la sigaretta e cominciò ad aspirarne il fumo, nervosamente.
Mentre fumava, maledì tra i denti il giorno in cui si era arruolata in quella sorta di setta ai comandi dello Stato, imprecando contro la sua iniziale noncuranza.
Mentre fumava la sigaretta si rese conto di non sapere più il numero esatto delle sue azioni notturne. Erano talmente tante che sapere la cifra esatta avrebbe solamente provocato un risentimento ancora più profondo.
E in ogni caso non avrebbe mai potuto sottrarsi al suo compito: sapeva che, se l’avesse fatto, anche a lei sarebbe toccata la sorte di tutte le sue vittime.
Il flusso dei suoi pensieri e il silenzio che ora regnava nell’abitacolo fu spezzato da un suo compagno di viaggio.
“Stanotte è stato più difficile del previsto portare a termine l’azione di livellamento mentale. La mia vittima si ostinava nel mantenersi più salda che mai nella sua personalità. Roba da matti.”
La frase non ebbe risposta. Erano tutti troppo stanchi, afflitti. E Marta ricordò tutte quelle persone che, presagendo quello che stava per capitare loro, l’avevano pregata di lasciarli andare, di mantenere intatta la propria individualità, di non farli diventare delle semplice gocce di un mare, ognuna uguale all’altra.
E il pensiero più straziante per lei era che quelle persone, da quel momento in poi, avrebbero vissuto in un eterno presente, senza ricordi particolarmente importanti del loro passato individuale.
Lui tutto questo non l’avrebbe capito: l’avrebbe freddamente guardata negli occhi per uscire da una porta dalla quale non sarebbe più rientrato. E lei non lo avrebbe sopportato.
Aveva cominciato ad albeggiare e finalmente poteva scorgere, da lontano, strade a lei familiari che, dopo tutto, la facevano sentire a casa.
Lui sarebbe stato li, ad aspettarla. L’avrebbe accolta con un sorriso affettuoso, pronto come sempre a proteggerla nel suo grande abbraccio, ignaro del fatto che colei che si trovava di fronte era solo una sconosciuta.

 

 

 

Spesso ho pensato di non volermi più svegliare.
Non perchè stessi facendo bei sogni.
Ma proprio perchè non ne volevo fare.
E oggi è una di quelle giornate.
Perchè non voglio più tremare.
Non voglio più piangere.
Non voglio più tentare di urlare.
Non voglio più sentirmi un gioco.
Non voglio più bugie.
Non voglio più elemosinare affetto inesistente.
Tutto è abbastanza.
Per me.

Occhi serrati che fanno fatica ad aprirsi. Ma ogni mattina quel rumore elettronico ti sveglia. Il braccio ormai ha imparato le proporzioni, lo spazio che dista tra te e l’assenza di quel rumore.
Ogni mattina spegni la sveglia.
Occhi serrati che fanno fatica ad aprirsi. Indulgere nel torpore narcotizzante dei sogni, che cerchi di far rivivere ancora dieci minuti,  prima che la realtà prenda pieno possesso del tuo sistema nervoso. Prima che la luce filtri troppo violentemente nei tuoi occhi ancora chiusi.
Occhi serrati che fanno fatica ad aprirsi. Quando i rumori provenienti da un altrove reale cominciano ad essere percepiti dalle tue orecchie. Quando vorresti che intorno a te ci fosse solamente il nulla.
Occhi serrati che fanno fatica ad aprirsi. Quando il corpo reclama il fatto di essere vivente. Di aver bisogno di sostentamento energetico.
Ti alzi.
Bisogni corporali. Latte a scaldare. La vestizione. Il lavaggio.
Eppure ti senti disorientata all’interno dell’abitudine. Un alone di indifferenza davanti ai tuoi occhi. Un’indifferenza non familiare.
Nessun peso sul tuo cuore. Ti senti leggera. Svuotata.
Azioni stranamente meccaniche.
Ti ricordi solo quanto avevi pianto ieri sera. Fino allo sfinimento. Poi il nulla.
Odore di bruciato. Ti alzi dalla sedia. Con calma. Il caffè. Te lo sei dimenticato sul fuoco. Non sei arrabbiata. Non piangi dal nervoso. Non imprechi. Semplice costatazione.
Esci di casa.
Giornata lavorativa. Traffico. Caos. La fretta.
Stessa espressione sul tuo viso. Nessn cambiamento. La mimica facciale non sai più cosa sia. O semplicemente non serve più.
Azioni stranamente meccaniche.
Mendicante all’angolo della strada. Moneta abituale. Non provi pietà.
Oggi è tutto diverso.
Azioni stranamente meccaniche.
Solite otto ore lavorative. Imperturbabile. Un iceberg umano.
Percorso luogo di lavoro-casa in tranquillità. Solita sigaretta.
Azioni stranamente meccaniche.
Non hai voglia di parlare con nessuno. Senti che in ogni caso non ti farebbe nè ridere nè piangere.
Oggi è tutto diverso.
Ricordi solo che ieri sera hai pianto. Fino allo sfinimento. Poi il nulla.
Ma oggi sei stranamente consapevole. Consapevole del fatto che non avresti versato lacrime. Mai più.
Consapevolezza ingiustificata. Forse.
Pensieri che saettano nella tua mente mentre sali le scale. Mentre infili le chiavi nella porta. Mentre ti rendi conto di aver fame (ancora fame). Mentre apri il freezer. Mentre cerchi un qualcosa di commestibile da trasformare in calore corporeo. Mentre vedi uno strano sacchettino,  accuratamente ripiegato e nascosto in un angolo del cassetto frigo. Mente lo apri. Mentre ti rendi conto che si tratta del tuo cuore. Congelato.

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