Se per molti era eufemistico dire vivo sotto una campana di vetro per lui non era affatto così.

L’ambiente in cui viveva era protetto.. ovunque guardasse sapeva di non poter incorrere in nessun imprevisto.

Le sue giornate passavano lentamente e nonostante questo aveva paura del tempo che scorreva, se lo vedeva scivolare tra le mani e non poteva far nulla per fermarlo, per rallentarlo ulteriormente, prima che fosse troppo tardi.

Troppo tardi per infrangere la boccia di cristallo nella quale l’avevano scaraventato un numero di settimane, mesi o forse anni prima.. non poteva saperlo.

Riusciva solo a notare come i suoi capelli, ormai lunghi, avessero perso il colore nero corvino che li contraddistingueva quando era ancora giovane, quando poteva ancora muoversi liberamente in quel mondo che sentiva ancora suo; quando aveva ancora la libertà di decidere di andare a fare visita alla parrocchia di Fra Giacomo, il parroco vicino di paese, con la sua vespa rossa..

Se lo ricordava bene Matteo, il periodo in cui svolgeva la funzione di diacono nel piccolissimo paese sulle colline che gli era stato affidato dalla curia..

E si ricordava ancora meglio ciò che gli dava soddisfazione, più di ogni altra cosa: battezzare i nuovi nati, doni di quella grandiosa divinità nella quale lui credeva e nella quale cercava conforto.

Ma ormai nemmeno il pensiero della religione riusciva a rassicurarlo.. come può essere possibile, si diceva, che un Dio buono e misericordioso abbia punito me, suo umile servitore, in questa maniera?

Le pareti della boccia nella quale si trovava gli rendevano i pensieri confusi.. la loro convessità lo disorientava; certi giorni era costretto a tenere per intere ore di seguito gli occhi bendati, per non finire in quello stato di smarrimento mentale che l’ambiente circostante gli provocava.

Che lo portava a cercare una via d’uscita, uno modo per fuggire da quella prigione trasparente.

Si, la prigione era trasparente. Era sospesa per aria. Sotto di lui la vita continuava. Vedeva la gente passare, andare a fare la spesa, chiacchierare e scherzare come se niente fosse. Nessuno si accorgeva della sua silenziosa presenza. A niente erano valsi i tentativi di richiamare l’attenzione delle persone, nessuno si era mai degnato di alzare lo sguardo verso l’alto, tanto erano presi dalle loro vicende quotidiane, che viste da lassù sembravano quasi inutili.

Lui era prigioniero.

Il tempo scorreva.

Doveva lottare.

L’unico modo che aveva per farlo era annotare e mettere per iscritto ogni suo pensiero, tutto ciò che vedeva dalla sua prigione trasparente, tutto ciò che sentiva dentro di lui e tutto ciò che sentiva provenire dal mondo circostante. Aveva paura. Paura di perdere i suoi pensieri, paura di degradarsi ad essere non pensante, paura che la sua mente si perdesse in un’apatia senza precedenti.

E scrivere era l’unico modo per tenere acceso il lume della ragione.. quella luce interiore che vedeva affievolirsi sempre più, ad ogni passaggio da buio a luce e da luce a buio.

In quello stato di torpore mentale la cosa che lo sgomentava maggiormente era l’isolamento delle persone. All’inizio era arrivato a pensare che fosse quasi la proiezione del suo senso di solitudine a fargli apparire gli altri esseri umani come totalmente isolati.

Ma si sbagliava: da spettatore notava come l’individualismo era stato portato ai massimi livelli. Vedeva come ne soffrivano anche i bambini, che nella sua vita passata gli donavano tanta gioia nel loro venire al mondo. E la cosa che più gli faceva paura erano i loro occhi.. occhi che non si alzavano mai al cielo per giocare con le nuvole, per creare forme strane ed immaginarie. Gli occhi dei bambini erano vitrei, rivolti sempre verso il basso. Non riuscivano più a cogliere gli stimoli che l’ambiente circostante offriva loro. Il loro senso di abitudine era talmente sviluppato che non erano neanche più capaci di apprezzare la bellezza della neve che cadeva al di la dei loro piccoli ombrellini colorati.

Il mondo era stato abbandonato a se stesso. Se ne rendeva perfettamente conto. E da lassù lui non poteva far nulla per cambiare le carte in tavola, per urlare alla gente, diventata ormai sorda, di non arrendersi, di continuare a cercare il secondo significato delle cose, quello nascosto, imprevisto, capace di aprire un mondo diverso agli occhi di ciascuno..Gridava alla gente di non lasciarsi sopraffare.

Sfinito dallo scrivere frenetico, dall’osservazione continua, dallo sbigottimento provocato dai comportamenti umani tutti uguali, cadeva addormentato.. ogni giorno, e ogni giorno il suo ultimo pensiero era sempre lo stesso..

.. un clamoroso buco nell’acqua..

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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