"..era piuttosto una tensione cupa a dominarlo, anomala per un ragazzo, che lo faceva stare sempre all’erta, a guardare fuori dalla finestra, come chi guarda il mondo che gli passa veloce davanti agli occhi e a cui non è ancora permesso partecipare, come il prigioniero che sa che nessuno aspetta o rinuncia a nulla benché lui sia assente e che con il mondo che fugge se ne va pure il suo tempo; e questo lo sanno anche quelli che muoiono.
Dava sempre la sensazione di essersi perso qualcosa e di esserne dolorosamente cosciente, uno di quegli individui che vorrebbero vivere più vite insieme, moltiplicarsi e non circoscriversi a essere solo se stessi.."

E non c’è nient’altro da aggiungere. La bellezza della sintesi e la grossolanità delle parole superflue.

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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