Eccola li seduta. Le sembra di essere tornata al periodo in cui gli occhi non erano velati da una cataratta opaca di tristezza.

"fai una mezza?"
"ok.."

Intorno sempre gli stessi oggetti che aveva imparato a conoscere. Il cane che sonnecchiava nella sua solita cuccia. I gatti che gironzolavano per casa.
Osservava. Osservava quanto l’esterno rimane sempre lo stesso. L’involucro. Ma il contenuto cambia.
L’acqua da pura diventa impura. Polvere nei suoi occhi: la motivazione non era compresa nel prezzo. Quella bisogna inventarsela al momento: trovare un giusto equilibrio tra colpe degli altri e presunte colpe proprie.

"Mi passi il posacenere per favore?"

Il sole calava e con lui tramontava anche quello stato di euforia di cui era stata preda appena aveva aperto gli occhi quella mattina.
Voleva scappare. Voleva poter riuscire a piangere ancora una volta. Voleva che qualcuno la guardasse negli occhi e capisse il suo disagio.
Continuava a stare seduta sulla sedia. Orecchie tese a captare tutti i discorsi che sapeva non la riguardavano. Conosceva tutti. Ma non conosceva nessuno.

"ciao! da quanto tempo.. come stai?"
"bene.. e tu?"
"sopravvivo."

Sgomento. Conversazioni cominciate per morire sul nascere. Uno spaccato della contemporaneità.
Il motto è "Conosci ma non approfondire. Neanche per quanto riguarda te stesso".
Di alcuni non si ricordava neanche il nome. E sicuramente loro non si ricordavano il suo. Si era trovata nella condizione dell’essere di passaggio. Tutti erano di passaggio.
Oggi si festeggiava il ritorno a casa di un amico che era stato lontano per molti mesi. La routine spezzata dai suoi racconti.
Era rilassante. Poteva annullare i suoi pensieri perdendosi nelle sue parole. L’immaginazione la portava ad ascoltare le sue frasi e trasformarle in immagini. In una favola. Una concatenazione di esoticità. Il Chiapas, i villaggi e i pentoloni pieni di riso e fagioli. La Spagna e le persone lontane. Londra e gli squat. Londra e le persone che fanno jogging in mezzo al traffico urbano. Le piaceva ascoltare.
Perchè in quelle situazioni la sua mente si svuotava completamente. La testa leggera. Piena di aria. Vuota di parole. Era semplice: mascherava la sua timidezza con autentico interesse. Evadeva mentalmente senza dare nell’occhio.

"Ma io ti ho già vista da qualche parte……"
"Probabile.."

Parole. Un’altro reportage orale era finito. Silenzio. Un’altra sigaretta.
Il posacenere cominciava a riempirsi.
Era portata a pensare che il posacenere potesse essere una metafora moderna del disagio.
Silenzio nel gruppo: accendi una sigaretta.
Dopo un litigio furioso: accendi una sigaretta.
Dopo aver pianto: accendi una sigaretta.
Sei triste e ti accendi una sigaretta.
Conti quante sigarette ti rimangono e sai a che livello si trova il disagio dentro di te.
"scusa, avresti una sigaretta da offrirmi?"
"Mi spiace, me ne è rimasta una."

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

2 responses to “”

  1. paciuko says :

    se non sei cambiata tantissimo negli ultimi mesi allora è mutata tantissimo la mia capacità di ricordare…

    Cmq potrei andare a spulciare fra le cose che scrivevi prima e raffrontarle a quelle di ora!

    Non sei più una brava bambina! Studiosa, a modo, corretta nell’eloquio sino alla noia, una nerds insomma! (hai tolto anche gli occhiali?).

    Mi sa che adesso frequenti cattive compagnie…, a tal proposito… che libro stai leggendo adesso?
    P. S.
    😉

    N. B. (Non Bastasse)
    Con stima & simpatia

  2. anonimo says :

    disagio o feroto questo è il problema.

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