Beh. Il mio racconto non ha trionfato come avrebbe dovuto.
Quindi lo rendo pubblico. Oh.

MIASMA

L’auto che procedeva velocemente per le strade di una metropoli silenziosa e vuota in maniera surreale non le dava la possibilità di imprimere sulla sua retina le immagini che si presentavano oltre il finestrino.
Tutto scorreva troppo rapidamente, creando un’immagine metropolitana strascicata, fatta di luci troppo deboli, che a stento lasciavano una scia nei suoi occhi.
Il riscaldamento dell’auto non funzionava e il calore emanato dai corpi all’interno creava una tensione termica che si traduceva in vetri appannati.
Lei era seduta sul sedile posteriore. Era stanca per la nottata appena trascorsa, e troppe sostanze albergavano nel suo corpo.
Ma non avrebbe mai potuto evitarle, non avrebbe mai potuto svolgere al meglio il suo lavoro con una mente perfettamente lucida. Le sue mani non avrebbero mai toccato quei corpi, non li avrebbero mai svestiti, denudati del proprio essere, se le parole della coscienza avessero potuto fluire liberamente nella sua mente.
E le era costato molto tempo imparare ad utilizzare quelle sostanze in modo che agissero solamente sui freni della disinibizione, così da far rimanere intatta la capacità di mantenere dei movimenti corporei adeguati e mai impacciati, in modo da non incappare in nessun errore grossolano.
Quella notte era particolarmente stanca.
Seduta sul sedile posteriore, mentre onde sonore provenienti dall’autoradio assemblavano note di un’improbabile canzone d’altri tempi, era intenta, anima e corpo, a disegnare sul vetro dell’auto: affermava la propria presenza vivente sfruttando il finestrino appannato.
Scriveva. Evocava il suo nome in forma scritta. Marta.
Ma il vetro appannato non era suo complice: il nome, una volta scritto, scompariva in mille gocce di condensa; scivolava sulla superficie del vetro, spariva davanti ai suoi occhi senza lasciare alcuna traccia di sé.
La musica continuava ad invadere l’abitacolo, e le parole della canzone trasmessa si confondevano con le poche parole emesse dalle altre persone che, come lei, sfruttavano la forza motrice dell’auto per giungere, ciascuno, alla propria meta.
Considerata persa la sua battaglia con la condensa sul finestrino, Marta si era accucciata nei propri vestiti, affondando il viso nella sciarpa di lana, cercando di far scomparire la propria persona, in modo da celare la vista del proprio corpo agli altri.
In loro rivedeva se stessa. Loro erano riflessi in lei. Non voleva leggere la propria vergogna in occhi altrui.
Il tragitto che la separava dalla sua meta sembrava infinito.
Il suo unico pensiero era disfarsi di quegli abiti, che sembravano quasi imprigionarla nella sua diversità.
Tuttavia, se mai si fosse trovata in una piazza piena di persone, nessuno avrebbe mai notato una reale diversità in lei; ma quel particolare, così invisibile ma così dannatamente presente sul suo corpo, la distingueva dagli altri, e allo stesso modo creava un collegamento palese con quegli individui che svolgevano la sua stessa attività.
Inizialmente non le era pesato mentirgli. Lo conosceva talmente poco che nulla avrebbe fatto presagire che lui sarebbe diventato la persona più importante della sua vita.
Ma una volta nato quel legame indissolubile, aveva cominciato a sentire il peso della menzogna iniziale,e successivamente quello della menzogna recidiva.
Sentiva il peso del nascondere, del celare quei poco nobili particolari riguardo la sua vita, quei particolari che se rivelati avrebbero sicuramente distrutto quell’indispensabile simbiosi che si era creata tra loro.
Di chilometro in chilometro il suo corpo si faceva sempre più pesante, le voci delle altre persone vicine a lei le sembravano sempre più lontane, la musica ormai si era ridotta ad un flusso indistinto di suoni non riconoscibili, le palpebre diventavano sempre più pesanti e lei si trovava a lottare contro quella pseudonarcolessia che l’aveva colta.
Voleva rimanere cosciente, voleva pensare al modo in cui avrebbe potuto dirgli tutto. Tutta la verità.
Cercava di formulare un discorso, di trovare le parole adatte. Quelle giuste parole che avrebbero provocato poche reazioni, poco sbigottimento.
Più si sforzava più quelle parole sembravano non esistere. Il lessico della sua lingua naturale sembrava composto solo da parole taglienti, crudeli: parole che, una volta emesse, avrebbero solo lasciato strascichi di dolore ed incomprensione.
Era stanca.
Il movimento dell’auto e il calore interno che si era formato la spinsero involontariamente nel mondo dell’incoscienza, nonostante la sua battaglia per vincere il sonno.

 
Un parco: il sole della mattina fa risplendere il prato, ricoperto di rugiada. I piedi nudi di Marta calpestano gli steli dell’erba, soffice e lucente; lei corre, col suo abito bianco.
Lui è li, vicino a quell’alto albero: sembra aspettarla, col viso illuminato da un sincero sorriso. Lei lo scorge con la coda dell’occhio.
Marta corre ancora, ma ora verso di lui. Vuole rivelargli tutto, come sia condannata dal suo passato, dalla sua attività.
E l’alba è così pura da far presagire una totale comprensione di lui, il quale rinnoverà per sempre il sentimento verso di lei.
Ma il cielo comincia a diventare scuro, la distanza che separa i due corpi sembra diventare infinita ed incolmabile.
Marta corre. Corre verso di lui, ma la corsa non fa avvicinare i loro corpi. Il suo corpo di lui si fa sempre più piccolo, inversamente proporzionale alla maggiore distanza che li separa.
E all’oscurarsi del cielo si accompagna la comparsa di persone, molte persone, quelle persone a cui lei ha rubato l’identità, per renderle ognuna uguale all’altra.
Marta lotta. Lotta contro la staticità di quei corpi, che sembrano incastrati nel terreno.
Corpi che diventano sempre più numerosi.
Durante la sua lotta può solo far in tempo a vedere voltarsi il corpo di lui, che senza alcun cenno o saluto, sparisce nel buio.

 
Uno scatto tremendo. Ecco cosa provocò questa visione: il corpo di Marta sussultò e venne violentemente riportato alla realtà dell’auto, che procedeva velocemente per le strade della metropoli.
Il suo riflesso incondizionato fu quello di toccarsi freneticamente gli abiti, quasi per scacciare l’incubo. I suoi vestiti erano fradici di sudore.
Nel sonno la manica del maglione si era alzata, rendendo visibile ai suoi occhi il braccialetto legato al suo polso, quel braccialetto che ormai da troppo tempo la stava condannando ad un’esistenza doppia.
Tutte le persone presenti su quell’auto possedevano quel braccialetto, ma i nuovi arrivati ancora non potevano o non volevano rendersi conto del dolore che questo avrebbe comportato.
Le faceva male la testa. Meccanicamente si frugò in tasca, alla ricerca delle sigarette; ne estrasse una dal pacchetto, e se la mise in bocca
“hey Marco. Passami l’accendino.”
Dal sedile di fronte al suo spuntò una mano che le porse l’accendino, neanche la cui fiamma sarebbe riuscita a riscaldarle il cuore.
Si accese la sigaretta e cominciò ad aspirarne il fumo, nervosamente.
Mentre fumava, maledì tra i denti il giorno in cui si era arruolata in quella sorta di setta ai comandi dello Stato, imprecando contro la sua iniziale noncuranza.
Mentre fumava la sigaretta si rese conto di non sapere più il numero esatto delle sue azioni notturne. Erano talmente tante che sapere la cifra esatta avrebbe solamente provocato un risentimento ancora più profondo.
E in ogni caso non avrebbe mai potuto sottrarsi al suo compito: sapeva che, se l’avesse fatto, anche a lei sarebbe toccata la sorte di tutte le sue vittime.
Il flusso dei suoi pensieri e il silenzio che ora regnava nell’abitacolo fu spezzato da un suo compagno di viaggio.
“Stanotte è stato più difficile del previsto portare a termine l’azione di livellamento mentale. La mia vittima si ostinava nel mantenersi più salda che mai nella sua personalità. Roba da matti.”
La frase non ebbe risposta. Erano tutti troppo stanchi, afflitti. E Marta ricordò tutte quelle persone che, presagendo quello che stava per capitare loro, l’avevano pregata di lasciarli andare, di mantenere intatta la propria individualità, di non farli diventare delle semplice gocce di un mare, ognuna uguale all’altra.
E il pensiero più straziante per lei era che quelle persone, da quel momento in poi, avrebbero vissuto in un eterno presente, senza ricordi particolarmente importanti del loro passato individuale.
Lui tutto questo non l’avrebbe capito: l’avrebbe freddamente guardata negli occhi per uscire da una porta dalla quale non sarebbe più rientrato. E lei non lo avrebbe sopportato.
Aveva cominciato ad albeggiare e finalmente poteva scorgere, da lontano, strade a lei familiari che, dopo tutto, la facevano sentire a casa.
Lui sarebbe stato li, ad aspettarla. L’avrebbe accolta con un sorriso affettuoso, pronto come sempre a proteggerla nel suo grande abbraccio, ignaro del fatto che colei che si trovava di fronte era solo una sconosciuta.

 

 

 

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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