E se fosse il colore del cielo a provocare i cambiamenti d’umore? Ti alzi la mattina, e il tuo corpo appena sveglio, ancora intorpidito, è sovrastato dall’azzurro (un azzurro nei limiti di un cielo milanese di periferia, ovviamente).
Ed esci.
Bevi il caffè del dopopranzo e ti ritrovi circondata dal grigio. Tanto che quel grigio sembra condensarsi nella tazzina gialla che tieni in mano, pronto ad entrare nel tuo sistema circolatorio, pronto a raggiungere ogni angolo del tuo corpo. E ti passa completamente la voglia di andarti ad infilare in quel luogo di cultura visiva. E non hai nemmeno voglia di tornare a casa. Semplicemente ti passa la voglia, di qualunque cosa. Oltre ai tuoi pensieri, le uniche parti del tuo corpo in movimento sono le tue gambe. E quasi senza accorgertene ti ritrovi a calpestare, svogliatamente, marciapiedi che i tuoi piedi conoscono bene. L’unica differenza sta nel numero di scarpe che porti.
E sembra che quel negozio di dischi non abbia mai cambiato vetrina, da quindici anni a questa parte. Sembra che il cane bianco davanti al negozio di quadri sia sempre lo stesso di quindici anni fa.
Poi ti fermi davanti a quel portone, ed è aperto, guardi dentro. E noti come il cortile, che ti era sembrato tanto grande, in realtà tanto grande non è. Hanno cambiato il cancello, sembra esserci più luce ora. Vorresti entrare, varcare quella porta. Vedere com’è dentro, se in bagno ci sono ancora le saponette colorate, se le piastrelle sono ancora le stesse, se il divano è ancora ricoperto da quel telo dai colori spenti, se Briciola è ancora lì, sulla finestra, in attesa di una tua carezza, e tu delle sue fusa.
E ti vengono in mente i pranzi tutti uguali, il passare delle ore, scandite da un gelato, dalle favole al telefono, dal via vai di persone, dai "come sei cresciuta". I tuoi sorrisi. I tuoi capricci. Le foto, tantissime foto. Quelle foto che ti piaceva tanto guardare, e chissà che fine hanno fatto. Il vociare, a dicembre, della fiera di sant’Ambrogio, fuori dalla finestra, quella in alto.
E passi oltre.

Leave alone
Leave alone ‘cos you know you don’t belong
You don’t belong here
And when I go
Don’t you follow
Leave alone
Leave alone ‘cos you know you don’t belong
You don’t belong here
Slip out quiet
Nobody’s looking
Leave alone
You don’t belong here

Passi oltre quel cancello, senza entrare.
Perchè non è detto che il tempo sia una cura. Il tempo, insieme alla consapevolezza, è solo una condanna. Una condanna a vedersi crescere dentro una rabbia che prima non esisteva. Una rabbia grigia. Una rabbia triste.
Ecco cos’è il grigio dentro di me.

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About pattumieraemotiva

Si sta come d'estate sui cactus le spine

One response to “”

  1. anonimo says :

    tutto stupendo, compresa la canzone di elliott, ovviamente.

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