SCATOLE

L’atmosfera era calda. Le luci del pub, riflettendosi sul bancone lucido di legno, creavano quel particolare colore che si forma sotto le palpebre, quando si volgono gli occhi chiusi verso il sole.
Si era ritrovata seduta sullo sgabello davanti al bancone senza quasi conoscerne il motivo: sapeva solo che quella sera non sarebbe rimasta a casa per nulla al mondo.
Il solo guardare tutte quelle scatole ancora chiuse, accatastate contro le pareti, le aveva dato la nausea. Una nausea talmente improvvisa che era uscita velocemente di casa, quella sera. Era uscita senza avvisare nessuno. Non doveva quindi meravigliarsi del fatto che non riuscisse a scorgere nessun viso conosciuto all’interno del pub. Nessuno sapeva che lei era lì.
Si era seduta sullo sgabello davanti al bancone, aveva ordinato un miscuglio alcolico colorato e aveva cominciato a sorseggiarlo piano, con la cannuccia. Si nascondeva dietro quella cannuccia: con gli occhi bassi beveva lentamente, scrutando il fondo del bicchiere, mentre tendeva l’orecchio per immergersi totalmente nei discorsi altrui. Resoconti della quotidianità appena trascorsa, permeati dall’ego di chi li raccontava.
E lei cosa avrebbe avuto da raccontare di tanto emozionante? Che era da un mese che si era trasferita in quella casa e non aveva ancora combinato nulla? Tutte quelle scatole piene di oggetti che avrebbero dovuto rendere meno impersonale le sue nuove quattro pareti domestiche erano ancora chiuse, gli armadi erano vuoti, i vestiti ancora nei borsoni. Ad un’attenta osservazione, l’unico oggetto che avrebbe fatto intendere ad un incauto visitatore che si trovava in un luogo abitato, era il letto, sfatto, e un libro aperto sul comodino: niente, all’interno di quell’appartamento, riconduceva alla sua identità. Non aveva neanche tirato fuori i pennelli e i colori. Sembravano passati secoli dall’ultima volta che si era trovata di fronte ad una tela bianca per dipingere.
    Il contenuto del bicchiere che aveva davanti si era dimezzato e, in misura inversamente proporzionale, aumentavano le persone all’interno del pub, tanto che ora le voci, sovrapposte l’una all’altra, rendevano più difficile il compito di seguire un discorso senza perdersi in frammenti di altri resoconti. Le voci le rimbalzavano da una parte all’altra della sua scatola cranica, e non c’era neanche più posto per la musica ,che casse troppo poco potenti diffondevano all’interno del pub.
Non aveva ancora voglia di tornare verso casa, la solitudine chiassosa di quel posto non l’annoiava, e il trovarsi in un luogo pubblico senza essere costretta a dividere, a voce, i propri pensieri con qualcuno, la rilassava.
Solamente dopo aver finito il suo cocktail si rese conto che lo sgabello di fianco al suo non era più vuoto. C’era un ragazzo seduto di fianco a lei ora, ed era intento ad osservarla, incuriosito.
Le bastò sbattere gli occhi perplessa, arricciando le labbra a mo’ di interrogazione per fare in modo che il ragazzo si destasse dal suo sguardo fisso su di lei, per rivolgerle la parola
“Ma c’eri anche tu, l’altro giorno, alla festa di Chiara, vero?”
“Si”. Una risposta semplice ed essenziale, monosillabica, per spegnere qualsiasi tipo di intento comunicativo che si era acceso sullo sgabello di fianco al suo. In mente, lei, aveva solamente i discorsi altrui, i frammenti di parole che provenivano da altri tavoli.
“Posso offrirti qualcosa da bere?”
Lei annuì, con la testa. I minuti che la dividevano dal suo nuovo cocktail sembravano interminabili: le parole degli astanti che fino a quel momento aveva avidamente ascoltato sembravano aver prosciugato i suoi pensieri, tanto che non riusciva a emettere alcun suono di senso compiuto.
Ma lo sconosciuto sembrava possedere tutte quelle parole che a lei mancavano. La inondava di racconti, di aneddoti, facendola sorridere, nonostante il pensiero di tutte quelle scatole ancora chiuse che l’aspettavano da li ad un paio d’ore. E lei, col passare dei minuti, e col susseguirsi delle parole dello sconosciuto, aveva subito un processo di mutazione, lo stesso che aveva colpito il ghiaccio nel suo bicchiere: sentiva le braccia leggere, e i pensieri che fino a quel momento erano rimasti ben saldi nella sua scatola cranica, cominciavano a sciogliersi, in modo che anche lo sconosciuto potesse finalmente sentire la sua voce e le cose che lei aveva da dire.
Intanto, intorno a loro, il vociare si faceva sempre più debole, la musica sempre più bassa, e solo nel momento in cui si accesero le potenti luci del pub, capirono che erano gli ultimi clienti rimasti nel locale.
“Ti va di venire a casa mia?”
Non sapeva nemmeno come quelle parole le fossero uscite di bocca.
“Si”
Si incamminarono, stringendosi ciascuno nella propria giacca, nascondendo il viso nella sciarpa per il troppo freddo.
Infilata la chiave nella serratura e aperta la porta, gli occhi dello sconosciuto abbozzano uno sguardo smarrito, alla vista di tutte quelle scatole, di tutti quei pezzi di lei rinchiusi in contenitori di cartone.
“Mi sono trasferita da poco”.
Il corpo di lei non riusciva più a rispondere ai ritmi della veglia, complice, forse, il troppo alcool ingerito. Tolta la giacca si buttò subito sul letto, sulle lenzuola rosse. Il gesto fu presto imitato dallo sconosciuto.
La mattina, a svegliarla, fu quel senso di arsura, quella sete che colpisce dopo aver bevuto troppo la sera prima. Girandosi nel letto, attorcigliando il proprio corpo nelle lenzuola rosse, riuscì a scorgere il corpo del ragazzo, addormentato. Le dava le spalle. In mente, subito, le tornarono le risate, tutte le parole che si erano detti la sera precedente, al pub. I sorrisi e gli sguardi. La spensieratezza.
Si alzò piano, in modo da non turbare i suoi sogni. Si vestì velocemente, si mise i vestiti del giorno prima, così da non far rumore cercandone altri nelle valige ancora chiuse.
Cercò freneticamente un pezzo di carta ed una penna: “Grazie di tutto”. E appoggiò il biglietto sul suo cuscino, ancora caldo.
Uscì velocemente da quella casa, con la ferma convinzione di dirigersi alla più vicina agenzia immobiliare, per cercare un altro appartamento. Lontano il più possibile da lì.

 

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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