TALVOLTA PERDERE NON E’ POI TANTO MALE


Qui sotto il rifacimento di un mio scritto. Secoli fa l’avevo mandato ad un concorso, i cui vincitori potevano benissimo concorrere alla fiera della banalità. Fortunatamente non ho vinto. Altrimenti mi sarei preoccupata.
Accattatevillo


PROXIMA CENTAURI

Le avevano detto che le stelle in città non si vedevano.
Si era tolta quel buffo cappello rosa, per avere solo il cielo sopra la testa.
Si era tolta anche quei grandi occhiali da sole per non avere altro che l’aria, tra i suoi occhi e il cielo.
Si era spostata i lunghi capelli da davanti al viso.
Voleva vedere le stelle, lei che non le aveva mai viste.
Si era svegliata da quel torpore narcotizzante, da quel sonno inspiegabile, e il suo primo pensiero era stato quello di vedere quelle luci che le persone, comunemente, chiamano Stelle.
Camminava tra le macerie della città, ma le sembrava ancora di dormire: forse stava ancora indugiando, poco convinta, nei vicoli della sua mente, e questo le impediva di vederle, le stelle.
Camminava tenendo in mano quel buffo cappello rosa, e quel rosa contrastava col funereo abito nero che ricopriva il suo corpo bianco. Una tunica che le copriva anche i piedi, che sanguinavano: non erano abituati a camminare tra le macerie.
Intorno a lei solo palazzi bianchi, che al posto delle finestre sembravano avere solo buchi neri. E il cielo, di un rosso scuro, faceva sembrare ogni oggetto irreale, onirico.

Cammina cammina

Forse la stella si avvicina

Una luce da adorare

Per potersi finamente destare

Una voce lontana, materna, nella sua testa. Lei continuava a camminare.
Sentiva che erano tante le cose da scoprire, e camminando in quella città senza nome avrebbe trovato le sue risposte. Camminava, nonostante le macerie sotto i piedi nudi le provocassero dolore. Camminava, nonostante il crepuscolo forzato le facesse male agli occhi, non più protetti da scure lenti. Camminava. E ad ogni passo il desiderio di vedere le stelle aumentava.
Spesso le macerie erano accatastate le une sulle altre in piccoli cumuli, agli angoli delle strade; e ad ogni angolo vedeva sostare strani individui: chi scavava una fossa, chi ergeva una montagna, chi sezionava un cavallo, chi urlava in modo straziante.

"Perchè ti scavi la fossa?"
"Perchè la morte è l’unica cosa a cui siamo abituati fin dall’inizio"

"Perchè ergi una montagna?"
"Perchè voglio che mi vedano"

"Perchè sezioni un cavallo?"
"Perchè questa è arte"

"Perchè urli?"
"Perchè devo annullare la mia voce, che troppe volte è stata strumento di inutilità"

unisono: "Perchè cammini?"
"Perchè voglio trovare le stelle. Le voglio vedere"
"Le stelle sono state spente. Hanno bruciato eresie per troppo tempo, sono state testimoni involontarie di troppe atrocità. Ci vergognavamo a guardarle ancora"

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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