LA MIA CASA SABAUDA

La mia casa sabauda è composta da un ingresso, due camere singole, una camera doppia, una cucina e un bagno. La prima cosa che salta all’occhio è la predominanza del colore verde. Verde (scuro) sono i muri della cucina, verdi sono le sedie, verdi sono le lampade, verdi sono le porte, e verde è il divano. Il verde regna sovrano. Chiedendo spiegazioni ai padroni di casa si è scoperto che sono molto amanti del suddetto colore. Non l’avrei mai pensato.
Nella mia casa sabauda è presente una lavatrice. Un giorno imprecisato, poichè i vestiti sporchi stavano raggiungendo livelli pantagruelici, abbiamo deciso di metterla in funzione: vestiti nel cestello, detersivo, ammorbidente e via al lavaggio. Casualmente, mentre partiva la centrifuga, mi trovavo in bagno. La lavatrice ha cominciato letteralmente a saltare, sbattendo ripetutamente da una parete all’altra, per la gioia dei nostri vicini ottantenni del piano di sotto. Un aggeggio diabolico.
La mia camera sabauda è arredata in stile carcerario: letto in un angolo, muri gialli e scrostati, e cesso immaginario dell’angolo opposto al letto.
Inoltre, l’invitante colore dei muri mi fa pensare che il/la precedente abitante della suddetta camera fosse un/a tabagista incallito/a, peggio della sottoscritta.
Tra i coinquilini della mia casa sabauda vive un esemplare di gente valdostana, il quale, senza alcuna fatica si è guadagnato il premio ‘persona più irritante e indisponente dell’anno’.
Pomeriggio. Stremata dalla mia attivita di trascrizione, noiosa per definizione, mi sono diretta verso l’amico frigorifero col fine di esaudire il desiderio di bere un bicchiere di sano succo di frutta tropicale senza zuccheri aggiunti. Apro il frigorifero, estraggo il contenitore e lo trovo irrimediabilemte vuoto.
Non mi è stata neanche lasciata la magra consolazione di trovare qualche goccia residua, quelle gocce che, solitamente, stanno a significare ‘Ei! ti ho bevuto il succo di frutta, ma un goccino te l’ho lasciato eh!’. No.
Sera. Stremata da otto ore di lezione, nove compresa la pausa pranzo, mi sono diretta verso l’amico frigorifero, col fine di esaudire il desiderio di bere una birra prima di cenare. Apro il frigorifero, estraggo la bottiglia e la trovo irrimediabilmente aperta. Ne mancava giusto un sorso. Dopo il doveroso interrogatorio scopro che la birra in questione era stata aperta ben due giorni prima, giusto il tempo necessario per far diventare il prezioso liquido molto simile all’urina.
L’mprecazione sorge spontanea.

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

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