VOLERE VOLARE

"I signori passeggeri del volo 1109, destinazione Parigi, sono pregati di recarsi all’imbarco numero 14."
La voce filodiffusa nelle stanze dell’aereoporto risuonava miacciosa ed echeggiava nella sua testa come una sentenza.
Avrebbe voluto che il tragitto che lo separava dall’imbarco fosse infinito: i suoi occhi si muovevano febbrilmente sugli arredi dell’aereoporto, scorrevano gli oggetti ordinati sugli scaffali nelle vetrine, alla ricerca di una scusa, una scusa qualsiasi, che fermasse il suo cammino.
Metal Detector.  Mentre l’addetto alla sicurezza faceva passare il suo bagnaglio sotto lo sguardo inquisitore del rilevatore di oggetti pericolosi, avrebbe voluto che una qualsiasi sostanza vietata fermasse il suo cammino. Un dentifricio, una bottiglia d’acqua, un fucile a canne mozze.
Passato il metal detector i suoi passi cominciarono a diventare sempre più lenti, il suo corpo esitava a mettere un piede davanti all’altro, le sue gambe compivano sforzi sovraumani, quasi gli avessero attaccato una zavorra alla caviglia. Sudava, per lo sforzo.
La luce al neon illuminava asetticamente i corpi delle persone che, come lui, si stavano recando all’imbarco numero 14. La luce li rendeva finti, quasi fossero degli automi.
Imbarco. Carta d’identità, biglietto.
Il sudore della sua mano aveva inumidito il biglietto, che appariva tremendamente sgualcito nelle mani perfettamente curate e smaltate di rosso della hostess, la quale , tuttavia, non sembrava notarlo; e non sembrava neanche notare la mano tremante che glielo porgeva, quel biglietto. Una mano fredda, madida di sudore.
Pullman. non aveva trovato nessun posto per sedersi e sostava, in piedi, vicino ad una delle porte d’uscita.
Dalla sua fronte scese una sottile goccia di sudore che cominciò a scorrere sul suo pallido viso. Sudore che fu presto eliminato con un fazzoletto spiegazzato, impugnato da una mano sempre più tremante.
Nessuno, intorno a lui, notava il continuo tamburellare delle sue dita sul vetro della porta d’uscita. Un tamburellare incessante, ripetitivo, paranoide.
Aereo. In posizione centrale, seduto verso il corridoio, lontano dal finestrino.
Il pallore del suo viso, rilucente di quel sudore che ormai il fazzoletto non riusciva più a contenere, evidenziava ancor di più le profonde occhiaie da nervosismo che circondavano i suoi occhi.
Decollo. Il suo corpo sembrava essere quasi risucchiato dal sedile sul quale era seduto, le mani tentavano di tenersi ai braccioli ma scivolavano irrimediabimente, bagnate com’erano da quel freddo sudore.
100 metri d’altezza. 500 metri d’altezza. 1000 metri d’altezza. 3000 metri d’altezza.
I suoi capelli erano ormai bagnati, il cuore rimbalzava impazzito nel suo petto, sul punto di scoppiare.
5000 metri. La sua mano cerca un bottone, posto al di sotto di una delle scarpe.
6000 metri. La sua vista è ormai annebbiata, la mano schiaccia meccanicamente quel bottone.
7000 metri. Una grossa esplosione illumina il cielo notturno intorno all’aereo, ormai in pezzi.
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About pattumieraemotiva

Si sta come d'estate sui cactus le spine

One response to “”

  1. anonimo says :

    dio che ansia! già prima me la facevo addosso ogni volta che dovevo prendere l’aereo, dopo questa credo andrò sempre in macchina ovunque…

    stepp

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