LO SCRITTO DELLA PERDIZIONE
ovvero come perdere un concorso e riciclare un racconto sul blog

APOCRIFA MITOLOGIA DEL VINO

L’espressione sul viso di sua moglie non prometteva nulla di buono. E nemmeno la clava che picchiettava nervosamente su una mano.
Arcibaldo entrò cauto nell’antro della caverna e, quatto quatto, appoggiò un contenitore chiuso alla meglio con un po’ di pellame su una pietra levigata; subito, la donna si inginocchiò davanti al recipiente. Arcibaldo si scostò da un lato guardandosi nervosamente intorno, come a cercare una rapida via di fuga. Con uno gesto della mano la ciotola fu scoperchiata e il contenuto rivelato: la donna sgranò gli occhi, il viso furente. Si voltò verso Arcibaldo che, il corpo adiacente alla parete umida della caverna, la fissava tremante. La donna, con un gesto stizzito, strattonò il braccio del marito e gli mise l’infausto contenitore
sotto il naso.
– Arcibaldo! Uva! Hai portato ancora uva! – L’uomo abbassò lo sguardo, incapace di guardare la moglie negli occhi. – Vinea… – balbettò l’uomo – Ho trovato solo questo…-
– Sei un buono a nulla! Non so ancora perché mi sono accoppiata con te, se non sai neanche cacciare come tutti gli altri uomini del branco!-
Nel pronunciare queste parole Vinea mise la ciotola ricolma di uva nelle mani del marito e, con un braccio teso, lo invitò a uscire dalla caverna. L’uomo, afflitto, abbassò lo sguardo e si incamminò verso l’uscita; raggiunto il prato antistante si voltò a guardare la sua caverna: ebbe solo il tempo di vedere la grossa e rotonda pietra d’ingresso richiudersi alle sue spalle con un sordo tonfo.
Arcibaldo fece pochi passi e poi si sedette sul prato, la testa fra le mani. Nelle caverne vicine poteva scorgere le altre famiglie, le altre mogli che accoglievano festose i rispettivi mariti: chi trainava un grosso e grasso bisonte, chi una giovane e tenera gazzella. Lui aveva saputo trovare solo uva. E da molti giorni ormai, portava a casa solo quella.
Abbassando lo sguardo, scorse la ciotola: sul suo viso si aprì un’espressione furente. Raccolse una pietra e prese a batterla sui piccoli e teneri acini, che presto diventarono poltiglia. Dai suoi occhi presero a scendere molte lacrime e, per eliminare dalla vista il motivo di cotanto struggimento, Arcibaldo ricoprì il contenitore con un po’ di pellame. Poi, sfinito, cadde addormentato sotto un firmamento di luminose stelle.
Molte volte il sole sorse e tramontò, ma Arcibaldo non era ancora riuscito a riguadagnarsi la fiducia della moglie. – Ti aprirò quando saprai portarmi qualcosa che non sia uva! – Sbraitava Vinea dall’interno della caverna. Ma ogni giorno, al tramonto, Arcibaldo rimaneva a mani vuote.
Una notte, accasciato sul prato, Arcibaldo singhiozzava sommesso, quando un profumo fruttato raggiunse le sue narici. L’uomo si guardò intorno, tentando di intuirne la provenienza: era il recipiente di legno, quello che aveva abbandonato in un angolo, giorni prima. Arcibaldo lo raccolse e, curioso tolse la copertura di pellame; quello che vide fu un liquido rossastro nel quale galleggiavano le bucce dell’uva; stupefatto, si portò il contenitore al naso e un profumo inebriante lo colpì in pieno viso.
Subito assaggiò quell’inaspettata pozione: un tripudio di colori, un tuffo in un prato fiorito, un morso a un dolce frutto maturo. Arcibaldo schizzò in piedi e, con quel tesoro tra le mani, si diresse verso la sua caverna, con la ferma intenzione di farsi aprire. Vinea, curiosa di quell’incessante bussare, spostò la grossa pietra d’ingresso: davanti a lei, con le mani tese, Arcibaldo le stava porgendo il contenitore del prezioso liquido.
La donna prese il recipiente tra le mani e, dubbiosa, ne assaggiò il contenuto. Sul suo viso si aprì, fulmineo, un sorriso. – Ma che cos’è? – È vino – mormorò Arcibaldo – In tuo onore… –
La donna, finalmente, riaccolse nella caverna Arcibaldo che, da quel giorno, insegnò ai suoi simili quell’arte che la natura gli aveva fatto apprendere. In cambio, gli altri uomini del branco portavano omaggi alla caverna di Arcibaldo e, da quel giorno, Vinea ebbe finalmente qualcosa da cucinare.

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Si sta come d'estate sui cactus le spine

2 responses to “”

  1. ChillerGirl says :

    bè, in compenso quest’apocrifa mitologia del vino è molto carina. Vinea – vino, deve essere andata proprio così.

  2. zoeofoz says :

    si sarà andata decisamente così, ne sono certa! 🙂

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