Incipit di prova

Nella mia vita quanti racconti/articoli/frasi/spiritosaggini di prova avrò scritto? una moltitudine indefinita.

Ecco l’ultimo: trattasi di un incipit. L’argomento non l’ho scelto io, sia chiaro! Accattatevillo.

Riunire in un solo luogo persone che nella vita quotidiana non sarebbero mai arrivate a scambiarsi un semplice cenno di saluto o condivisione. Era questo il potere di una di partita di calcio. Quella sera, vicino al padre operaio che aveva regalato al figlio di sei anni “la sua prima volta” allo stadio, sedeva l’uomo d’affari che, coi colleghi, aveva deciso di concedersi una sera di libertà dopo una frenetica settimana di lavoro.

C’era chi, prima del fischio d’inizio, si scaldava con i cori, accompagnando gli Ultras nel loro appoggio incondizionato alla squadra. C’era chi nascondeva il viso nella sciarpa. I padri osservavano lo stupore dei figli, i ragazzi abbracciavano le fidanzate infreddolite. Perché quella sera, anche se il freddo era pungente, in pochi avrebbero rinunciato a quella partita della champions league.
60mila persone che respiravano ritmicamente, liberando nell’aria vapore acqueo dovuto allo sbalzo termico. Poi il fischio d’inizio, il primo calcio al pallone e tutti gli occhi si puntarono sul verde campo da gioco.Cinque minuti dal fischio d’inizio. Un uomo sulla quarantina, scartava il pacchetto pieno di sigarette, portandosene una alla bocca. – Tanto questa tanto è l’ultima – pensava tra sé e sé mentre l’accendeva. Sotto di lui, a qualche metro di distanza nel buio sotto i seggiolini, una luce rossa aveva cominciato a lampeggiare.

Dieci minuti dal fischio d’inizio. Un ragazzo rispondeva al telefono, tentando di capire le parole di protesta che la sua ragazza gli stava urlando dalla calma della sua camera. – Oh, questa me sta a stressà anche allo stadio – diceva all’amico seduto di fianco a lui. L’azione di gioco era diventata frenetica e il ragazzo decise di tagliare corto – ah Laurè! Facciamo che questa è l’ultima volta che ce sentimo? –
Il click del cellulare che si chiudeva fu sovrastato dal boato suscitato dal gol della Roma. Nessuno aveva fatto caso allo sbalzo di tensione elettrica dei fari di campo.

30 minuti dal fischio d’inizio. Il CT della Roma chiedeva una sostituzione. Perrotta al posto di Taddei. Raggiunta le panchine, l’allenatore metteva una mano sulla spalla dell’esausto giocatore sussurrandogli – vedrai che la prossima volta farai meglio –

Improvvisamente ci fu silenzio. Un fischio stridulo uscì dagli altoparlanti attirando l’attenzione degli spettatori. Pochi secondi e sul grande tabellone elettronico comparvero dei numeri. Un lento e inesorabile countdown.

Dieci
. 60mila persone con gli occhi puntati sul tabellone
Nove. Le persone cominciavano a guardarsi tra loro, occhi interrogativi.
Otto. I più piccoli iniziavano a fare domande ai genitori.
Sette. I primi e inutili fischi agli arbitri che, dal canto loro, scuotevano la testa senza capire cosa stesse succedendo.
Sei. I giocatori in campo smettevano di tenere in allenamento i muscoli. Immobili, anche loro, cominciavano a porsi domande.
Cinque.
Quattro.
Tre.
Due.
Uno.
Non ci fu molto tempo per capire quello che stava succedendo.
Un rumore assordante a cui seguirono nuvole di fumo e fiamme, provenienti da sotto gli spalti dello stadio.
Urla. Grida. Confusione. Le persone che avevano avuto la fortuna di non perdere conoscenza durante l’esplosione si erano accalcate alle uscite, schiacciandosi l’un l’altra. Chi si trovava più a ridosso del campo tentava di scavalcare il muro di plastica che li divideva dalla zona di gioco, la quale cominciava ad affollarsi di persone terrorizzate.

Il fumo si faceva sempre più denso e impenetrabile. Il bambino che per la prima volta vedeva lo stadio, ora non riusciva più neanche a trovare suo padre: immobile, da solo, in mezzo alla fiumana di gente che lo urtava da ogni lato, piangeva senza sapere da che parte andare.

Il ragazzo che fino a quel momento aveva rifiutato le insistenti chiamate della fidanzata,  steso a terra con un rivolo di sangue che gli colava dalla tempia, le mandava un ultimo sms pieno d’amore.

L’uomo che aveva deciso che quella sarebbe stata la sua ultima sigaretta, aveva mantenuto, suo malgrado, la parola data.

Poi, un boato. E per nessuno ci fu scampo: come se fosse stato di cartongesso, lo stadio si piegò su se stesso e quello che rimase fu solo un blocco di macere e polvere. E silenzio.

Tutti i giornali, il giorno dopo, commentarono la notizia, riportando le ipotesi più plausibili sulle cause della tragedia. Ma erano rimasti ben pochi dubbi ormai. Le luci rosse che nessuno aveva visto lampeggiare, lo sbalzo di tensione elettrica a cui nessuno aveva fatto caso, il beffardo countdown sul maxischermo.
Era stato studiato nei minimi dettagli. E tutti, tutte le 60mila persone, avevano perso la vita nell’attentato.

.FINE DELL’INCIPIT.

Ansia? Paura? Disgusto? Conati di vomito? Cambio mestiere che è meglio?
Via al televoto!
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About pattumieraemotiva

Si sta come d'estate sui cactus le spine

One response to “Incipit di prova”

  1. anonimo says :

    bello, molto

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