Azzurro

In Florida il cielo mi sembrava smisurato, enorme: azzurro e con strane nuvole a metà tra impressionismo e scultura.

Un cielo bellissimo, un cielo che mi manca, un cielo che è diventato epifania: un cielo che ha disegnato sulla sua superficie aspirazioni sopite, emozioni addormentate e poesia.

È stato il cielo della Florida e il guardarlo scorrere dal finestrino della macchina a dirmelo. Chilometri di cielo azzurro che mi hanno sussurrato che in realtà non mi mancava niente, che avevo tutto quello che mi serviva e non potevo desiderare altro.

Guardate il cielo. Nei vostri piedi non è nascosta la bellezza e la verità.

Ci sono quelli che

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Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di cose piccole e domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic-nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno la tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-si-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.

E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre, a correre come se non dovessero mai fermarsi.

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La Fata Carabina, Daniel Pennac

Fenomenologia del riccio

Mi sono spuntati gli aculei. Non so come sia successo, ma una mattina mi sono svegliata e me li sono ritrovati sulla schiena e sulle braccia. Non sono così lunghi e spessi da essere notati una volta vestita, però ci sono. Più che altro sono delle piccole e affilate punte che  affiorano dalla pelle, e io non posso farci niente. Non ci credete? Provate a stringermi in un abbraccio e cambierete immediatamente idea.

E’ passato un po’ di tempo ormai, da quando mi sono svegliata ricoperta da quest’armatura di spine organiche. Saranno due o tre mesi e, nonostante il tempo che passa, gli aculei non accennano a seccarsi e a cadere. Fieri, troneggiano sulla mia pelle più forti che mai.

E cosa posso fare se non continuare a vivere come ho sempre fatto? Mi sveglio, mi vesto e vado al lavoro. Neanche la vita mondana ne ha risentito. Esco con gli amici e, nonostante il mio corpo sia disseminato di spine, vivo come tutti gli altri esseri umani.

Il segreto è impegnare il tempo: incastrare programmi e incombenze in modo da arrivare a sera talmente stanca che, quando puoi finalmente conversare con te stessa, crolli addormentata e il dolore ti viene risparmiato.

Perché è solo quando ti fermi che cominci a pensare a quanto ti manca, a quanto pensi di non poterne fare a meno. A quanto è bello riceverne senza dover chiedere nulla in cambio, a quando non c’è bisogno di dire nulla, a quando tutto il mondo finalmente tace, la mente si svuota e puoi goderti un minuto lontano dall’ansia e dalla paura di non farcela.

È solo un abbraccio, ma mi manca moltissimo.

Una fettina di culo in agrodolce la gradisce?

Quante lacrime di rabbia dovremo ancora versare prima di vedere schiacciata l’ultima delle nostre necessità?

Quanto ancora dovremo aspettare prima di poter vivere dignitosamente, pensare di poterci comprarci una casa o creare un briciolo di stabilità in una vita in cui la flessibilità smette di essere solo lavorativa e diventa anche esistenziale?

Flessibili al compromesso, sempre e comunque, flessibili ad abbassare la testa o alzarla per mostrarci ambiziosi in una società che però non ha niente da offrire, flessibili a ficcarci una scopa nel deretano e a spazzare la stanza se richiesto, flessibili ad essere eterni adolescenti, perché ci volete bamboccioni e incapaci di reagire o di chiedere alcunché.

Cresciuti a pane e sogni preconfezionati, siamo diventati adulti a pane e acqua, per di più sgasata. Mi fa schifo la vostra acqua, non la voglio e ve la sputo addosso. E spero pure che vi prendiate qualche malattia.

Fratelli e sorelle d’Itaglia

Patria di pizza, canzoni neomelodiche, pantagruelici pranzi sotto l’ombrellone, traffici illeciti e corruzione ai piani alti, l’Italia è un paese che si arrangia da decadi, che fa dei piccoli espedienti il modus vivendi prediletto e che antepone l’interesse del singolo a quello della collettività.

L’Italia è cieca e incapace di far valere la forza della moltitudine per raggiungere uno scopo comune. L’Italia non si ferma mai a pensare e va avanti a mangiare pizza, a cantare canzoni neomelodiche, a inscenare ultime cene sotto l’ombrellone e a trafficare sempre e comunque.

Tranne in un rarissimo caso: la partita della nazionale italiana di calcio.

Quando gioca la nazionale di calcio tutti riscoprono l’orgoglio patriottico e l’appartenenza al tricolore. Le fidanzate si siedono accanto ai fidanzati e si fanno insegnare le regole del fuorigioco e chiunque smette di mangiare pizza, di cantare canzoni neomelodiche, di preparare il pranzo da portare in spiaggia o di trafficare illecitamente.

L’Italia si ferma e incolla le chiappe alla sedia/divano per tifare un gruppo di persone che gli antichi chiamerebbero, a ragione, mercenari.

E mentre voi tifavate, cari itagliani, c’erano persone che si godevano la vostra assenza e, in un luogo abietto e a voi caro, la palestra, si beavano del silenzio del sudore senza essere costrette a farsi sanguinare le orecchie col vostro chiacchiericcio e i vostri versi da persone muscolose sotto sforzo.

Grazie Itaglia, grazie itagliani.

Irritazione come pioppi a primavera

In primavera rinasce la natura, e con lei viene allo scoperto il cattivo gusto dell’umanità spicciola.

Mi irriti, uomo che indossi le Hogan.
Mi irriti, donna con in braccio un abbaiante cane topo.
Mi irriti, rivista, quando dici che la nuova moda capelli è il wet look: non lo sai che per colpa tua le persone smetteranno di lavarsi il cuoio capelluto?
Mi irriti, pendolare, quando alle otto del mattino intavoli lunghissimi scambi telefonici con una persona a cui, probabilmente, non gliene frega niente di quello che dici.

Brezsny, avevi ragione.

La mosca della consapevolezza

Faccio parte di quella categoria di persone capaci di dispensare consigli, accogliere confidenze senza giudicare e consolare quando se ne presenta la necessità.

Far parte di questa categoria di ominidi, tuttavia, significa essere completamente incapaci di gestire la propria, di vita.

Guardo gli altri e le altrui situazioni dalla giusta distanza critica e faccio della mia stessa esistenza una pozzanghera ricolma di acqua sporca e mozziconi: oscillo tra ardore e aridità, mangio apatia a colazione e vomito struggimento quando mi metto il pigiama la sera.

Ecco, io vorrei che non arrivasse mai la sera, perché è quando cala la notte che la mosca della consapevolezza, fastidiosa, comincia a ronzare nella mia scatola cranica.