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Miss Nobody

Alla fine mi hai trovata“. Queste le prime parole che mi ha rivolto quando è entrata nella stanza e si è seduta di fronte a me. Questo è quello che ci siamo dette.

Chi sei?
Sono Miss Nobody: una pagina strappata per sbaglio, il pezzo mancante che fa funzionare un ingranaggio arrugginito,una bicicletta abbandonata e un giocattolo un tempo molto amato, poi dimenticato in soffitta.

Dove vivi, Miss Nobody?
Vivo dietro le palpebre chiuse dei sognatori e nelle mani di chi ha toccato il desiderio per poi lasciarlo andare, vivo nel respiro che diventa affanno.

Quindi non sei umana, Miss Nobody?
Sono umana quanto te, ma non amo mostrare le mie sembianze. Sono poche le persone che mi cercano, sono ancor meno le persone che riescono a vedermi in quella folla caotica chiamata umanità.

Perché le persone non riescono a vederti, Miss Nobody?
Svegliarsi da un lungo sonno genera dolore, e il torpore è un potente anestetizzante. Quindi è più corretto dire che non volete vedermi, non che non ci riuscite. Vi nascondete dietro desideri di seconda mano, più semplici, più raggiungibili, più facilmente gestibili. Ti vedo perplessa, cerco di spiegarmi meglio: è la paura a generare la maggior parte del vostro statico agire. La paura genera rifiuto, ma anche accettazione. Sono due facce della stessa medaglia, dipende dall’angolazione da cui si osserva il vissuto. Vi nutrite di simulacri per non soffrire, e allo stesso tempo piangete la vostra insoddisfazione solo per non minare lo status quo del vostro minuscolo universo di stasi quotidiana. In voi non c’è azione, solo attesa.

Perché ti chiami così, Miss Nobody?
Perché sono scoperta e intuizione e per questo sono donna. Sono pensiero recondito e non svelato, e per questo sono Nessuno.

E cosa ti succede quando la scoperta viene svelata e il pensiero diventa manifesto?
Quello che sta succedendo a te in questo momento, ora che riesci a vedermi e a parlarmi guardando la tua immagine riflessa nello specchio. E’ iniziata la tua rivoluzione.

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La bioluminescenza degli abissi

Fermarsi e guardare dietro di sé. Ma più che osservare cosa ci si è lasciati alle spalle, si tratta di quel particolare caso in cui è necessario guardarsi attorno.

Girarsi di trecentosessanta gradi e scoprire di essere sommersi dall’acqua che spinge e schiaccia con la pesantezza della sua pressione.

E’ acqua buia e torbida che trova la propria luce nella bioluminescenza: sparuti e improvvisi bagliori che confondono e ingannano l’orientamento.
Pensi di aver finalmente trovato la giusta strada per poi ritrovarti ancora più smarrito, incapace di scegliere la direzione.

Ti fermi e chiedi aiuto, ma l’acqua impedisce la propagazione del suono.
Ti fermi e piangi, ma le lacrime si mischiano all’oceano che ti circonda.

In gabbia.