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Eppur si muove

Eppur si muove“. Intorno a lei si era radunato uno sparuto pubblico. Gli unici, forse, ad aver conservato l’antico gene dell’empatia. “Eppur si muove” dicevano alcuni, “ma non sembra tra noi“, mormoravano gli altri. Lei era lì, in piedi. Faceva un passo in una direzione, si fermava, guardava il cielo e tornava indietro. Interrompeva il suo cammino, osservava attentamente il cemento sotto i suoi piedi e tornava sui suoi passi. “Signorina, si sente bene?” chiedeva una donna,”forse è sorda“, commentava il più anziano del gruppo, “forse non ci sente e non ci vede, forse si è persa“. Non sapevano da quanto andasse avanti questa pantomima, l’avevano trovata così. Non sapevano se stesse bene o male, non sapevano come si chiamasse perché non riuscivano a farla parlare. Sembrava intrappolata.

Giovane, di un’età compresa tra i venti e i trent’anni, difficile dirlo. Indossava un vestito fuxia e delle scarpe da tennis, i lacci erano slegati. Il più audace del gruppo la toccò sulla spalla, senza dire niente. Fu solo in quel momento che la ragazza si fermò. Guardò prima la mano di lui, poi, lentamente, alzò lo sguardo fino agli occhi di lui, il tempo sembrò fermarsi, lo spazio smise di esistere. Esistevano solo gli occhi di lei, bellissimi, intensi, vitrei, posati in quelli di lui che abbassò lo sguardo e, silenziosamente, cominciò a piangere. Il tempo riprese a scorrere, lo spazio li circondò nuovamente, carico degli occhi di tutte le persone, ora numerose, che osservavano la scena. “Mi dispiace” mormorò lei, con una voce lontana. “Adesso ho capito” rispose lui, senza alzare lo sguardo.

Cos’è successo?” chiese l’anziano al giovane, “perché stai piangendo?”. “Non c’è nessuna strada“, cominciò a ripetere il ragazzo, “non c’è nessuna strada“.

Nessuno si era accorto che la ragazza, intanto, aveva continuato a camminare. Non era più lei l’attrazione, adesso. Per qualche minuto aveva osservato in disparte il gruppo di persone chiuso a cerchio intorno al ragazzo che continuava a piangere, in silenzio. Aveva ripreso a camminare, lentamente, in direzione del lago poco distante. Prima un piede, poi l’altro, il vestito fuxia zuppo d’acqua fino alla vita, poi fino alle spalle. La testa alta, gli occhi fissi sul cielo che, passo dopo passo, si faceva confuso sotto la mole trasparente del lago. Il suo corpo era pesante come i suoi pensieri, non poteva galleggiare.

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State of grace

E’ il non detto che appanna i vetri. E’ la condensa del mio corpo che vive, sono i sei gradi di separazione che non fanno esistere niente al di fuori del qui e dell’ora.

In piumone veritas

Il primo gennaio non esiste. Arriva nel clamore e se ne va in silenzio.
Il primo gennaio è notoriamente grigio, né bianco né nero, e spesso il cielo ne riflette il colore.
Il primo gennaio, da che ne ho memoria, io lo passo sotto il piumone, il mio microcosmo di lacrime e risa, di sogni ad occhi aperti: un bocciolo di protezione dall’altrui pensiero ma di propagazione indistinta delle mie inquietudini.

Il primo gennaio è l’esatto contrario del giorno che lo precede, un passaggio dall’entropia alla muta quiete: metto in ordine pensieri, impilo desideri uno sull’altro, incanalo rabbia e dubbi e mi abbandono al silenzio del mio piumone rosso.

Coperta dalla punta dei piedi alla punta del naso, apro gli occhi sulle possibilità che solo l’indefinito sa dare, scivolo sui binari dei “se” e galleggio sulle acque dei “forse”, sbircio dallo spioncino di tutte le porte che potrei aprire, senza sapere quale scegliere.

Il primo gennaio io osservo il mondo dal mio piumone, in silenzio.

Pantomima di un dicembre precario

Mese dei regali forzati.
Mese dei buoni propositi mai mantenuti.
Mese del “mangio tanto poi mi metto a dieta a gennaio“.
Mese in cui si tirano le somme (che, visto il momento storico, sono espresse in numeri negativi).
Dicembre. Amato, odiato, indifferente Dicembre.

Ma, oltre al countdown per la fine dell’anno, Dicembre è per molti un countdown alla fine del contratto. A progetto, s’intende.

Mi rinnoveranno il contratto? Sarà ancora a progetto? Dovrò ancora portare mia madre (aka garanzia-vivente) da Mediaworld per comprare un frigorifero a rate? Le domande affollano la mente del giovine italico che, invece di pensare a come spendere l’ipotetica e quantomai utopica e inesistente tredicesima, destina parte del proprio stipendio per una pensione privata integrativa, conscio che la vecchiaia la passerà sotto il ponte della Ghisolfa.

E poi arriva il giorno. L’aria che si respira è quella da prima serata del Grande Fratello, momento di nomination ed eliminazioni. Si sciama, uno alla volta, verso l’Ufficio per ascoltare la pagella di fine anno, tra vincitori e vinti, tra “puoi fare di più” e “mi spiace, sei stato eliminato”. Chiusa la porta, prendi e porti a casa.

Ma, del reality show, manca la folla festante che ti accoglie nel mondo reale. Polemica opinionista di me stessa, so solo che per comprarmi una macchina devo portare la mamma e il papà a firmare al posto mio.

Fenomenologia del riccio

Mi sono spuntati gli aculei. Non so come sia successo, ma una mattina mi sono svegliata e me li sono ritrovati sulla schiena e sulle braccia. Non sono così lunghi e spessi da essere notati una volta vestita, però ci sono. Più che altro sono delle piccole e affilate punte che  affiorano dalla pelle, e io non posso farci niente. Non ci credete? Provate a stringermi in un abbraccio e cambierete immediatamente idea.

E’ passato un po’ di tempo ormai, da quando mi sono svegliata ricoperta da quest’armatura di spine organiche. Saranno due o tre mesi e, nonostante il tempo che passa, gli aculei non accennano a seccarsi e a cadere. Fieri, troneggiano sulla mia pelle più forti che mai.

E cosa posso fare se non continuare a vivere come ho sempre fatto? Mi sveglio, mi vesto e vado al lavoro. Neanche la vita mondana ne ha risentito. Esco con gli amici e, nonostante il mio corpo sia disseminato di spine, vivo come tutti gli altri esseri umani.

Il segreto è impegnare il tempo: incastrare programmi e incombenze in modo da arrivare a sera talmente stanca che, quando puoi finalmente conversare con te stessa, crolli addormentata e il dolore ti viene risparmiato.

Perché è solo quando ti fermi che cominci a pensare a quanto ti manca, a quanto pensi di non poterne fare a meno. A quanto è bello riceverne senza dover chiedere nulla in cambio, a quando non c’è bisogno di dire nulla, a quando tutto il mondo finalmente tace, la mente si svuota e puoi goderti un minuto lontano dall’ansia e dalla paura di non farcela.

È solo un abbraccio, ma mi manca moltissimo.

Una fettina di culo in agrodolce la gradisce?

Quante lacrime di rabbia dovremo ancora versare prima di vedere schiacciata l’ultima delle nostre necessità?

Quanto ancora dovremo aspettare prima di poter vivere dignitosamente, pensare di poterci comprarci una casa o creare un briciolo di stabilità in una vita in cui la flessibilità smette di essere solo lavorativa e diventa anche esistenziale?

Flessibili al compromesso, sempre e comunque, flessibili ad abbassare la testa o alzarla per mostrarci ambiziosi in una società che però non ha niente da offrire, flessibili a ficcarci una scopa nel deretano e a spazzare la stanza se richiesto, flessibili ad essere eterni adolescenti, perché ci volete bamboccioni e incapaci di reagire o di chiedere alcunché.

Cresciuti a pane e sogni preconfezionati, siamo diventati adulti a pane e acqua, per di più sgasata. Mi fa schifo la vostra acqua, non la voglio e ve la sputo addosso. E spero pure che vi prendiate qualche malattia.

La mosca della consapevolezza

Faccio parte di quella categoria di persone capaci di dispensare consigli, accogliere confidenze senza giudicare e consolare quando se ne presenta la necessità.

Far parte di questa categoria di ominidi, tuttavia, significa essere completamente incapaci di gestire la propria, di vita.

Guardo gli altri e le altrui situazioni dalla giusta distanza critica e faccio della mia stessa esistenza una pozzanghera ricolma di acqua sporca e mozziconi: oscillo tra ardore e aridità, mangio apatia a colazione e vomito struggimento quando mi metto il pigiama la sera.

Ecco, io vorrei che non arrivasse mai la sera, perché è quando cala la notte che la mosca della consapevolezza, fastidiosa, comincia a ronzare nella mia scatola cranica.