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Poetica degli ultimi gesti

Non sono né giovane né vecchia. Vivo quella particolare fase in cui una persona potrebbe aver fatto molte esperienze o non aver concluso ancora niente, in quel momento in cui ognuno di noi potrebbe essere essere già saggio o perdurare, incosciente, nel mare degli eterni ideali.

Non so dove mi trovo e non so dove sto andando, ma so bene che ci sono alcuni gesti e sguardi che mi rimarranno nella mente per sempre e al loro ricordo sarà la mia, di vista, ad annebbiarsi.

E’ la poetica degli ultimi gesti e la struggente poesia degli ultimi sguardi, quelli che ti rivolge una persona pochi giorni prima di lasciare la sua e la tua vita.

Non tutti lo sanno e forse pochi se ne accorgono di quanto dolore e di quanta incredibile speranza ci sia in quegli ultimi sguardi e in quella particolare e quasi immobile gestualità.

In un’ultima carezza ho trovato un incoraggiamento e un monito a fare della mia vita futura qualcosa di cui poter andar fiera.

In un ultimo saluto cosciente ho trovato tanta triste dolcezza, la mesta tenerezza di una persona che la vita ha piegato fino a ridurre il corpo in cenere.

La poetica degli ultimi gesti è una mano che si alza, un saluto sussurrato, un respiro in ritardo sui binari.

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Ci sono quelli che

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Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno sull’orlo della tomba, e continuano in macchina, del più e del meno, neanche del morto, di cose piccole e domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta; quelli che annegano nelle lacrime che versano, quelli che sono contenti, sbarazzati da qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, cambiano continente, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore, ci sono quelli che fanno il pic-nic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno la tomba scavata nella testa, ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito, ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza, ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-si-che, è la guerra, è la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, la vita, ci sono quelli che trovano che la morte sia la vita.

E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. Che per esempio si mettono a correre, a correre come se non dovessero mai fermarsi.

[…]

La Fata Carabina, Daniel Pennac