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Pantomima di un dicembre precario

Mese dei regali forzati.
Mese dei buoni propositi mai mantenuti.
Mese del “mangio tanto poi mi metto a dieta a gennaio“.
Mese in cui si tirano le somme (che, visto il momento storico, sono espresse in numeri negativi).
Dicembre. Amato, odiato, indifferente Dicembre.

Ma, oltre al countdown per la fine dell’anno, Dicembre è per molti un countdown alla fine del contratto. A progetto, s’intende.

Mi rinnoveranno il contratto? Sarà ancora a progetto? Dovrò ancora portare mia madre (aka garanzia-vivente) da Mediaworld per comprare un frigorifero a rate? Le domande affollano la mente del giovine italico che, invece di pensare a come spendere l’ipotetica e quantomai utopica e inesistente tredicesima, destina parte del proprio stipendio per una pensione privata integrativa, conscio che la vecchiaia la passerà sotto il ponte della Ghisolfa.

E poi arriva il giorno. L’aria che si respira è quella da prima serata del Grande Fratello, momento di nomination ed eliminazioni. Si sciama, uno alla volta, verso l’Ufficio per ascoltare la pagella di fine anno, tra vincitori e vinti, tra “puoi fare di più” e “mi spiace, sei stato eliminato”. Chiusa la porta, prendi e porti a casa.

Ma, del reality show, manca la folla festante che ti accoglie nel mondo reale. Polemica opinionista di me stessa, so solo che per comprarmi una macchina devo portare la mamma e il papà a firmare al posto mio.

Già che ci sei, pugnalami alle spalle

Ma cosa vogliono da noi? che doniamo anche un rene per beneficenza?

Domani affronterò il giorno di prova in una libreria. Se tutto va bene il contratto sarà fino alla fine di ottobre: due mesi pieni di lavoro. Un vero miracolo di questi tempi.
Si lavora dalle 9 alle 19, con un’ora di pausa. 9 ore al giorno per cinque giorni settimanali.
700 euro al mese. 3,8 euro all’ora.

Ma una grammatica?

Stamattina ho fatto l’ennesimo colloquio per l’ennesimo posto di commessa per il quale probabilmente non verrò ricontattata.
Ma non è questo il punto.
Il nodo della questione risiede in colei che mi ha fatto sostenere il colloquio, ovvero l’impiegata dell’agenzia interinale. Oltre al fatto che io non ho quasi proferito parola, l’impiegata si ostinava a sbagliare qualsiasi congiuntivo le capitasse sottomano. Fare un colloquio con un’analfabeta ha ancor di più diminuito la mia autostima. Insomma, lei ha un guadagno mensile, e io che uso correttamente i congiuntivi no.
E se la mattina venivo linguisticamente mortificata, di pomeriggio passeggiavo per le vie del centro di Torino. Ebbene, mi sono imbattuta nelle riprese di un italianissimo film.
Si intitolava “Paura di amare”. Sarà sicuramente un successo.

La dura vita del precario medio italiano

Oggi al call center hanno detto che domani qualcuno rimarrà a casa. Il fattore discriminante tra il rimanere a casa e l’andare a lavorare risiede nel concetto di disciplina e rendimento.

Io, personalmente, sono indisciplinata: chiacchiero, vado a fare la pipì non solo alla pausa e quando mi dimentico la ‘cena’ a casa mangio cipster avidamente (ma solo quando il telefono squilla a vuoto, sia chiaro).
Però faccio anche 9 interviste a sera.
In questo senso non so cosa aspettarmi. Riusciranno i nostri eroi a pagare l’affitto del prossimo mese?

Trovatemi un lavoro vero.

Io conosco il signor Nessuno

Si, lavoro al call center. Un rimpiazzo lavorativo in attesa di tempi migliori.

Dalle 17.30 alle 22.00 mi trasformo in un soldato alle dipendenze dei sondaggi ed effettuo indagini di mercato telefoniche.
-Quanto ritiene efficace lo scopino del cesso?
Molto efficace? abbastanze efficace? poco o per niente efficace?

E proprio oggi la realtà ha superato la fantasia. Mi ha risposto Nessuno. No, non quello che rispondeva a Polifemo, ma Nessuno in carne e ossa!
-buonasera sono un’intervistatrice e dovrei porle alcune domande
-mi dispiace signorina ma in casa non c’è nessuno!
-ma è sicuro che non si sia proprio nessuno?
-gliel’assicuro! cos’è non si fida??
-mi fido eccome! allora passi una buona serata eh…
-anche lei signorina!
Questi si che sono misteri della scienza e della tecnica.

Bambocciona, per scelta degli altri

Essere bamboccioni è uno status ormai.

Ed è uno status molto simile a quello del single. Infatti, sono molto pochi, a mio parere, i sigle per scelta e soprattutto convinti della loro scelta. La rimanente percentuale di zitelli e zitelle fa finta di niente per soddisfare la propria dignità ma in cuor suo sogna di avere qualcuno al proprio fianco.
Stessa cosa per i bamboccioni. Credo siano davvero pochi i bamboccioni per scelta, ovvero quei giovani che si fanno mantenere dai genitori e sono contenti e, soprattutto, fieri del proprio status di mantenuti. Al contrario, credo che la stragrande maggioranza di essi sogni l’indipendenza economica e guardi al mercato del lavoro come a un miraggio, sostanzialmente.
Io sono, per l’appunto tra quest’ultimi. E con un profilo standard tra l’altro: laurea (facoltà umanistica, ovviamente), master (ambito umanistico, è chiaro), 25 anni. Troppo “qualificata” per lavori comuni, troppo poca esperienza per lavori nel mio campo. L’unica strada è quella dello stage. Ma non un singolo stage (perché, come tutti, l’ho fatto anch’io) ma una serie infinita di stage non retribuiti o pagati una miseria.
La domanda sorge spontanea. Cosa diavolo posso fare per smettere di essere una bambocciona?
Qualcuno mi offre un lavoro? 

Anche io ho una scrivania

Da oggi ho un ufficio con una scrivania, un pc, una stampante, fogli di carta e addirittura biglietti da visita.

Finalmente sono entrata nel mondo del lavoro… dalla porta sbagliata.
Nacqui 25 anni or sono. Fin dalla tenera età solevano bisbigliarmi all’ orecchio “potresti fare la scrittrice da grande sai? hai talento”. Mi hanno messo la pulce nell’orecchio insomma.
Un’aspirazione rimasta sopita per molti anni, che ha tuttavia ricominciato a  bussare alla mia scatola cranica anni fa, quando cominciai a scrivere racconti con scarsa attitudine e costanza.
Come la maggior parte dei giovini italiani mi sono laureata col pieno dei voti e per una volta ho voluto dar retta ai consigli che mi diedero quand’ancora ero in fasce. Una delle motivazioni per le quali mi sono iscritta a un master universitario di scrittura per prodotti audiovisivi. E qui ho trovato la mia vera ragion d’essere: l’ideazione. Droga e necessità, gioia e disperazione, denti senza pane: ahimè, mai campo professionale fu più ostico!
E di conseguenza si fa quel che si può: si mandano curriculum a raffica con lettere di presentazione copiaincollate e modificate all’occorrenza. E qualcuno richiama per fissare un colloquio.
Mi hanno chiamato in effetti. Un’agenzia pubblicitaria. La caverna della creatività al servizio del prodotto commerciale.
E ora anche io ho una mia scrivania. Con un pc, una stampante, fogli di carta e addirittura biglietti da visita.
No, non mi hanno preso per fare la copywriter. Vendo spazi pubblicitari.