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Fnuff

Mi riecheggia nella scatola cranica, sbatte da una parete all’altra come una mosca contro un vetro. Quindi, per definizione, è estremamente fastidiosa. Sto parlando della parola sfiga.

E ad essere più precisi, si tratta di quella particolarissima sfiga che viene centellinata a piccole dosi, in modo che la persona colpita viva in uno stato di disagio perenne. That’s me.
Anyway, non è questo l’oggetto dello scritto quotidiano.
Oggi passeggiavo per le vie del centro cercando di approfittare dei saldi. Anche in questo caso ha vinto la sobrietà, facendomi acquistare una maglietta con sopra stampata una favolosa madonna. That’s me.
Ma non è neanche questo l’oggetto dello scritto quotidiano.
Passeggiavo per le vie del centro e i miei occhi si scontravano continuamente con gli innumerevoli pancioni delle innumerevoli donne gravide che incontravo. Scartata l’ipotesi di un seminario sulla maternità, ho realizzato che probabilmente la crisi e la mancanza di pecunia ha dimezzato le possibilità di divertimento degli esseri umani che conseguentemente passano molto più tempo tra le mura domestiche anziché al cinema, agli aperitivi, in vacanza, o al lavoro. E, in effetti, non esiste nessun passatempio più economico del copulare.
No. Non sto annunciando con giri di parole un mio ipotetico stato interessante. Era una considerazione di fine giornata. Così, tantoperparlà.

I gatti neri prendono appuntamento per attraversarmi la strada

Finito l’anno bisestile, subentra la crisi. Sembrano non esserci spiragli per il mio futuro, per adesso.

Ma raccontare la rava e la fava sarebbe quantomeno inappropriato e inopportuno per il novello aplomb che contraddistingue la mia persona.
La saggezza popolare ci insegna che ogni medaglia ha due lati: perché quindi fermarsi a guardarne solo uno ignorando il secondo?
Reagirò al bieco fatalismo che mi ha contraddistinto negli ultimi mesi sbirciando il retro del doblone per aprire gli occhi su quello che può offrirmi ciò che ‘possiedo’ adesso: illimitate possibilità di azione e distacco da ciò che prima mi turbava. E, plasmando a mia immagine e somiglianza l’immensa saggezza di Bridget Jones: “In momenti come questo si può scegliere. Rinunciare, e  conseguentemente accettare paranoie lontane 150 Km per poi magari finire mangiata dai pastori alzaziani della mia coscienza oppure no. Io ho scelto di no. E la vodka lemon.”

Al danno non manca mai la beffa

Forse non tutti sanno che, ormai un mese fa, ho messo la parola fine al mio master. Ho scritto la relazione  di fine anno (molto polemica), ho fatto la consueta discussione (abbastanza ridicola), sono stata proclamata dalla commissione (ecco un’altra disoccupata ad ingrossare le percentuali italiane), ho brindato al mio futuro (quale futuro?).

Mi sono masterizzata insomma.
Ed ecco arrivare a casa il famoso e agognato pezzo di carta in busta rigorosamente chiusa e decorata dagli stemmi della scuola. Apro la busta febbrilmente per rimirare il gramo risultato delle fatiche dell’ultimo anno, osservo il rettangolare pezzo di carta col quale potrei benissimo pulirmi il sedere e il sorriso che inevitabilmente ho stampato in faccia sparice in un nanosecondo: il voto scritto sull’attestato è ovviamente sbagliato.
L’ulteriore prova che il destino continua a sbattermi in faccia riguardo all’enorme sbaglio che ho commesso nel volermi iscrivere a un master (universitario per giunta!) molto costoso da cui non ho ricavato nulla. Se non amarezze, dispiaceri e perdita della speranza, ovviamente.Non mi resta altro che fare un appello: se mai vi venisse in mente di iscrivervi a uno dei Master del Virtual Reality and Multimedia Park di Torino, non fatelo.
Non è solo una mia opinione purtroppo.
I motivi sono molteplici e non li elencherò tutti.
Dovrete necessariamente fidarvi del mio appello lacunoso.